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di Stefano Caliciuri

Una aberrazione economica. Una distorsione del mercato. Una perdita secca di plusvalore. Sono molte le locuzioni utilizzate nei manuali di economia politica per descrivere quello che sta tentando di fare il governo italiano nei confronti del settore del fumo elettronico. Proporre un’imposta di consumo di almeno quattro volte superiore al reale valore del bene immesso in commercio equivale ad azzerare qualunque possibilità di sviluppo. E, al contempo, di costringere le aziende coinvolte a dichiarare fallimento. Un mercato composto da un centinaio di piccole e medie aziende, da circa 2500 negozianti e con un giro d’affari annuo che si attesta sui 600 milioni di euro, non sarebbe in grado di sopportare l’asfissiante pressione fiscale insistentemente voluta dallo Stato.
Al netto della scelta politica di tassare o meno la nicotina – argomento su cui si potrebbe anche discutere ma che per il momento non affrontiamo – la devianza normativa è da ricercare nella volontà di tassare tutti i liquidi per sigaretta elettronica, ingredienti di base compresi. Si tratta di ingredienti comunemente reperibili sul mercato: glicole, glicerina (o glicerolo), aromi. I primi due sono acquistabili in farmacia, in erboristeria, ma anche nei numerosi shop online. Oltre a servire come veicolo di principi attivi farmaceutici e sanitari, servono anche per riprodurre la nebbia (ad esempio nei set cinematografici) oppure il fumo (ad esempio durante i concerti musicali). Gli aromi, invece, sono facilmente acquistabili in qualunque supermercato abbia un reparto alimentare.
Secondo la normativa italiana, queste componenti liquide, se vendute all’interno di un negozio per sigarette elettroniche o prodotte da aziende di liquidi di ricarica, devono essere sottoposte ad imposta di consumo. Più se ne usa, dunque, più alto è il balzello che entra nelle casse dello Stato. Attualmente stiamo parlando di circa 4,7 euro ogni 10 millilitri, ovvero 470 euro ogni litro. Un consumatore medio utilizza circa 10 mililitri al giorno: per il bilancio statale significa poter contare su un introito garantito di 4,7 euro Iva compresa su un prodotto che costerebbe all’ingrosso circa 1,6 euro.
Gli analisti statali, però, non hanno fatto i conti con le opportunità del mercato. Aiutandoci con i grafici del professore di economia politica Raffaele Paci, spieghiamo  perché si può parlare di devianza economica: il glicole e la glicerina (o glicerolo), se acquistati ad esempio in farmacia, costano al cliente finale non più di 15 euro al litro. Sulla stessa confezione, se venduta da un’azienda del vaping o da un negozio specializzato, peserebbe invece un’accisa di 470 euro. Questa anomalia fiscale estromette di fatto dal mercato il canale di vendita specializzato. I consumatori saranno spinti dunque a comprare quello che già oggi utilizzano attraverso altri canali, internet e farmacie quelli più sicuri. Ma si potrebbe anche innescare una distorta economia parallela fatta di compravendita in nero e clandestina. Solitamente l’introduzione di una tassa fa aumentare il prezzo pagato dai consumatori e diminuire quello ricevuto dai venditori e, conseguentemente, la quantità del bene scambiato si riduce. Ma se la tassa colpisce non il prodotto in sè ma la rete vendita attraverso cui è immesso sul mercato, avviene una distorsione economica che, se non si trattasse di una scelta politica, si potrebbe definire concorrenza sleale. Con la tassazione dei prodotti del vaping, inoltre, il governo italiano ribalta in un sol colpo pensiero scientifico e dottrina sociale. Il cittadino ha bisogno di essere accompagnato e tutelato anche nella ricerca del benessere. Deve, insomma, avere la possibilità di preservarsi avendo vantaggi e, al contrario, pagando le conseguenze in caso di condotte errate. L’Italia sta capovolgendo questo punto di vista: il cittadino dipendente da nicotina, anziché essere stimolato a ridurre il rischio, avrà l’incentivo a continuare a fumare tabacco poiché, anche economicamente, costerà molto di meno.
Il Governo italiano, anziché effettuare incisive politiche di prevenzione e di riduzione dei danni, ha scelto la strada forse più breve ma drammaticamente più scivolosa: tassare un prodotto che nel resto del mondo è considerato l’alternativa più idonea per abbandonare il fumo. La classe politica italiana, così facendo, sta dimostrando di non avere nè la lungimiranza nè la capacità di legiferare in materia di salvaguardia della salute pubblica. L’idea che tassando i liquidi senza nicotina si avranno maggiori introiti è smentita dalla storia recente di qualsiasi forma di protezionismo. Il consumatore troverà sempre una scappatoia, magari neppure lecita, per continuare ad avere soddisfazione. Con il risultato che le casse dello Stato piangeranno ancora più miseria, la spesa sanitaria si moltiplicherà, le vendite sottobanco continueranno. Migliaia di lavoratori avranno però perso il posto di lavoro e andranno anche loro a carico della spesa sociale.