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“Portiamo la sigaretta elettronica nelle carceri”

Quello alla salute è un diritto universale e vale soprattutto per chi è sotto la tutela diretta dello Stato. L’esempio inglese ha dimostrato che la sigaretta elettronica può essere usata negli istituti penitenziari, a vantaggio di fumatori e non.

Capire un carcere è sempre difficile; quando l’istituto in questione è Sollicciano, un elefantiaco complesso di edifici in cemento armato corrosi dal tempo e pesanti infiltrazioni di umidità, capire da dove iniziare opere di manutenzione è impresa quasi impossibile. Si può rattoppare un muro, riportare in condizioni igieniche le docce comuni, togliere le colate di guano di piccioni, attivare finalmente la seconda cucina, ma in pochi mesi il degrado riemerge. Anche la popolazione di Sollicciano rende l’istituto atipico; è sovradimensionata rispetto alla capienza e composta per il 70 per cento da stranieri. Alcune sezioni sono infestate da cimici e piccioni, i materassi sono sporchi e malsani, l’area trattamentale è sottodimensionata (sette educatori per circa settecentocinquanta detenuti). Sono circa dieci anni che con costante periodicità varchiamo la soglia di Sollicciano, constatando ogni volta come sia impossibile organizzare un credibile cronoprogramma di azioni e interventi, nonostante la buona volontà di chi in quel carcere lavora. L’esecuzione di pena è difficile alle condizioni riscontrate, i percorsi rieducativi incerti, la risocializzazione un’utopia. Nessuna azienda continuerebbe a investire su una struttura così degradata, preferendo investire sul nuovo piuttosto che su un risanamento impossibile.
Un’altra visibile debolezza di cui soffre questo carcere è nei rapporti con le istituzioni. La Regione Toscana dovrebbe rafforzare l’attenzione sanitaria, modificando concettualmente il rapporto tra operatori e popolazione detenuta. È inutile che l’Agenzia regionale sanitaria produca ogni due anni un rapporto sul preoccupante stato di salute dei detenuti in regione, se poi non si pratica una vera politica di prevenzione. Un carcere dovrebbe essere trattato come parte integrante della città, al pari di un ospedale o un plesso scolastico, e non come un luogo dell’immaginario negativo. Il garante comunale potrebbe interpretare il suo ruolo di collegamento con l’esterno e la cittadinanza con una vivacità diversa da quella attuale e il sindaco di Firenze rispettare gli impegni presi durante un recente consiglio comunale che si è svolto dentro l’istituto penitenziario. In questo quadro disperante si possono però ottenere benefici significativi anche con piccole iniziative, per di più favorendo la costruzione di un ponte di civiltà tra il luogo della pena e il mondo esterno. Il tempo in carcere scorre lento, inesorabilmente lento, abbandonato all’inedia o al logoramento della nostalgia. E se le condizioni di detenzione ricordano più le celle del Medioevo che non la civiltà dello Stato di diritto, allora è la malattia a giocare la partita più indecente che si possa immaginare.
L’Agenzia di sanità della Regione Toscana ha recentemente rilasciato il rapporto conclusivo di un’indagine sugli istituti penitenziari nella regione. In carcere, ci informa il rapporto, ci si ammala più che fuori, non c’è prevenzione e le cure sono difficili e sempre ritardate. Ci si ammala di disturbi psichici (38,5 per cento delle persone ristrette), di malattie infettive e parassitarie (16,2 per cento), di malattie del sistema circolatorio (15,5 per cento), di malattie endocrine, del metabolismo e immunitarie (12,1 per cento), di malattie dell’apparato respiratorio (4,4 per cento) e via dicendo, anzi ammalando. In altre parole un detenuto su due soffre di almeno una patologia. Incredibile? Forse sì, per chi un carcere non lo ha mai visitato e può stupirsi di questo quadro. Ma anche costui non dovrebbe aver esitazioni nel definire questa situazione inaccettabile. Un detenuto è una persona affidata alle mani dello Stato, che dovrebbe garantirgli assistenza alla salute. Lo dice il buon senso, lo prescrive la Costituzione. La prevenzione è cosa difficile da introdurre in carcere. Fuori, chiunque di noi si affida al proprio medico per analisi di routine e consigli. In carcere tutto questo non è possibile: stai chiuso in una cella per venti ore al giorno, il vitto è pessimo e il medico riesci a vederlo, se va bene, solo dopo una richiesta scritta (la famosa domandina). Il mutuo soccorso tra detenuti è l’unica risorsa su cui puoi far conto. Chiuso in cella puoi solo fumare, o respirare il fumo altrui. In carcere, sempre secondo l’Ars, fuma il 62,4 per cento delle persone detenute contro il 20,5 per cento delle persone libere residenti in Toscana.
Proibire il fumo in carcere sarebbe crudele e, soprattutto, inutile. Nel carcere inglese nell’Isola di Man, dove il fumo di sigarette fu proibito già tempo fa, i detenuti avevano preso l’abitudine di fumare tutto quel che capitava loro sotto mano: bustine del tè, bucce di banana, perfino cerotti per smettere di fumare. La salute andava a farsi benedire in poco tempo e i casi di affezioni all’apparato respiratorio erano gravi e numerosi. L’amministrazione penitenziaria inglese ha quindi deciso di affrontare il problema lanciando un programma pilota per inserire le sigarette elettroniche tra i beni acquistabili dalle persone ristrette. L’esperimento ha avuto un gran successo e da allora i casi di malattie respiratorie si sono ridimensionati e insieme anche numerosi disturbi psichici. Il nostro Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) nel dicembre 2016 ha autorizzato, con una circolare, lo svapo nelle carceri italiane. Nonostante ciò, nessun istituto toscano ha ancora introdotto questa possibilità pur a fronte di dati come quelli della ARS Toscana che mostrano i seri danni del fumo di sigaretta negli istituti e nonostante gli sforzi di alcuni esponenti del mondo dello svapo italiano e di Rita Bernardini del Partito Radicale. Perché? Le ragioni sono sempre le stesse: burocrazia, sistemi di sicurezza particolari, problemi tecnici ma soprattutto la mancanza di coraggio da parte delle direzioni dei penitenziari italiani. Eppure gli inglesi hanno anche inventato una sigaretta elettronica disegnata appositamente per i detenuti, la E-burn, completamente sigillata e usa e getta. Un ministro inglese si è dichiarato convinto dalle prove fornite dai medici sulla riduzione del danno e sulla non tossicità dei vapori passivi emessi dalla ecig. In Italia invece il tempo passa invano e senza che alcun medico si pronunci.
Nondimeno basterebbe poco, grazie alla circolare del Dap ogni direttore può scegliere se consentire o meno l’utilizzo dell’ecig nel suo istituto. Come è successo a Voghera, dove Rita Bernardini si era recata in visita ispettiva portando con sé la propria sigaretta elettronica. L’oggetto fu notato e, da allora, grazie alla direttrice nel carcere di Voghera sono entrate le sigarette elettroniche. Anche qui in Toscana, insieme a Vincenzo Donvito, presidente dell’Aduc, ci è sembrato necessario e urgente sollecitare le istituzioni a occuparsi seriamente di prevenzione e riduzione del danno in carcere. Abbiamo perciò chiesto alla Regione Toscana, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria e alle direzioni dei due istituti di detenzione fiorentini di attivare un progetto pilota per promuovere l’uso della sigaretta elettronica al posto delle sigarette. Per ora non abbiamo avuto alcuna risposta, ma continueremo a fare pressione.

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