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La lotta al fumo? “Si può vincere con l’aiuto della sigaretta elettronica”

A Roma un convegno per affrontare la piaga del tabagismo dal punto di vista scientifico. Medici e ricercatori concordano: "Utile abbattere le tossicità della combustione". I consumatori: "Quanto costano allo Stato i fallimentari centri antifumo e il numero verde?".

Un incontro per esporre al grande pubblico le criticità e la pericolosità del fumo. E, di riflesso, la possibilità di cessarne o ridurne il consumo attraverso l’utilizzo dei nuovi strumenti a rischio ridotto, primo su tutti la sigaretta elettronica. Lo ha organizzato l’Università di Ferrara e si è tenuto a Roma. Tra i vari medici e ricercatori che si sono alternati sul palco, l’unica voce esterna (e in parte interessata) è stata quella di Carmine Canino, presidente dell’associazione italiana che tutela i consumatori di sigarette elettroniche (Anpvu). Un intervento che ha colpito nel segno, girando la lama in una ferita che il ministero della salute da circa un ventennio non riesce a rimarginare: il numero dei fumatori non diminuisce. C’è ancora molto da fare nella lotta al tabagismo – ha debuttato Canino – superando le classiche ed inefficaci politiche istituzionali spesso legate ai Centri Antifumo ed al Numero verde per il sostegno ai fumatori. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, infatti, in Italia su oltre 12 milioni di tabagisti, appena 8 mila si rivolgono annualmente ai 292 centri antifumo; mentre il numero verde impresso sui pacchetti di sigarette ė stato contattato da circa 11 mila persone su oltre 11 milioni di fumatori, cioè pari a circa un deludente 0,10%. Ci piacerebbe conoscere anche i costi che il Ministero della salute sostiene annualmente per il mantenimento di questi due servizi. Per incidere sugli oltre 10 milioni di fumatori che dobbiamo far smettere non possiamo più aspettare: promuovere e assicurare la possibilità di accedere a prodotti potenzialmente meno dannosi è nostro preciso dovere. Le istituzioni italiane preposte si sono sempre approcciate, sino ad oggi, a questo tema mettendo in atto politiche economiche volte solo ad introitare dai vari attori della filiera del settore del vaping e di noi consumatori trascurando però l’informazione in materia medico scientifica e la tutela della salute dei cittadini che è ed avrebbe dovuto essere tema primario. Dovrebbero essere abbandonati i preconcetti, che vedono i prodotti a potenziale rischio ridotto ed il tabacco combusto equiparati sullo stesso piano di dannosità, ed i pensieri utopistici sul tema, adottando invece un approccio basato sulle evidenze scientifiche. Al momento le istituzioni sanitarie italiane ed europee sono ancora scettiche nel considerare il potenziale per la riduzione del danno da fumo delle sigarette elettroniche, anche dal punto di vista della riduzione dei costi legati alla salute gravanti sul sistema sanitario nazionale. Lo Stato italiano – conclude Canino – purtroppo ha sempre visto la sigaretta elettronica come uno strumento per introitare denaro e mai come uno strumento che può risolvere la piaga del tabagismo”.
Lo j’accuse di Canino è potenziato dalle parole di Fabio Lugoboni (tabaccologo, policlinico di Verona) che, da medico, ha criticamente analizzato l’operato delle istituzioni sanitarie: “Non riusciamo a fare abbastanza. L’80 per cento dei tentativi di smettere di fumare fallisce entro otto giorni. La media delle persone ricevute dai centri antifumo è di 70 fumatori all’anno. Un numero ridicolo. Perché i pazienti non si rivolgono al centro antifumo? Perché non si sentono malati, non vogliono sentirsi definire pazienti da curare. Il problema, poi, non è solo smettere ma è la ricaduta. Ma cosa significa se non sappiamo se la sigaretta elettronica è sicura? È come se un oncologo dicesse che non può applicare una terapia perché non sa se fa bene. Ma la verità è che non può mai fare male come un cancro. Abbiamo perso il treno, sulla sigaretta elettronica noi medici dovevamo interessarcene prima. Adesso dobbiamo rincorrere anche la disinformazione. La sigaretta elettronica viene usata bene dagli inglesi: un sostituto che tende a ridurre il consumo di nicotina e a far smettere di sognare la sigaretta tradizionale”.
Fabio Beatrice (otironolaringoiatra, direttore centro antifumo ospedale Don Bosco di Torino) ha focalizzato l’intervento sulla necessità di prendere maggiormente in considerazione l’ecig come strumento a rischio ridotto, spiegando la differenza trvaporizzatore e riscaldatore di tabacco. “Il fumo di tabacco crea dipendenza a causa della nicotina. E non a caso i farmaci più utilizzati per far smettere sono proprio a base di nicotina. Il fumo digitale si inserisce pragmaticamente in questa visione: consente di inalare nicotina ma toglie le tossicità e i rischi della combustione. La riduzione del rischio è una forma di risoluzione che aiuta il paziente in caso di incertezza”. Beatrice ha quindi spiegato la differenza tra la sigaretta elettronica e il riscaldatore di tabacco, entrambi strumenti a rischio ridotto, sintetizzando che “fatto 100 il danno del fumo, quello del tabacco riscaldato è 23 mentre quello della sigaretta elettronica è pari a 1”. Quando il pericolo incombe, e il pericolo si chiama fumo, bisogna avere il coraggio di agire. E secondo Beatrice “è tempo di fare attenzione alle sigarette elettroniche perché hanno un ampio spazio di intervento su una platea di 2 milioni di persone”.
Oscar Bertetto (oncologo) ha spiegato che il fumo è la prima causa di patologie oncologiche che portano alla morte: “Malattie fumo correlate al primo posto. Nonostante siano scesi dalla legge Sirchia, il fumo rimane la prima causa di induzione di tumori tra tutti i cancerogeni conosciuti. Maggior rischio di cancro deriva dalla combustione perché gran parte viene prodotta durante il processo della combustione tabacco: cancerogeni che vanno dal benzene all’antracene e derivati, ma anche derivati del cloridrato di vinile, cadmio, polonio e nichel”. Sul fronte cardiaco, si è invece espresso lo spacialista Sebastiano Marra: “Bisogna intervenire sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari: sotto i 50 anni tutti gli infarti hanno il fumo come fattore dominante. Dove si è affrontato il problema, si è verificato un dimezzamento della mortalità rispetto gli anni ’70. C’è però ancora scarsa conoscenza non solo dei fattori di rischio ma soprattutto delle conseguenze sulla salute causate dal fumo e da un cattivo stile di vita, come la sedenterietà o l’abuso di alcool. Prevenire è più efficace – e conveniente – che curare”. All’incontro ha partecipato anche l’eurodeputato Aldo Patricello (Ppe), anche in virtù delle prossime riforme e revisioni di direttive che vedranno coinvolto il settore del vaping e del tabacco. “Occorre – ha detto –  un confronto sano che abbia un approccio scientifico sulla riduzione del danno, tenendo conto dei prodotti differenti a seconda della differente impatto sulla salute umana. Bisogna prendere come esempio la Svezia e il Regno Unito dove i risultati sono sotto gli occhi di tutti“.
In conclusione il professor Manzoli di Uniferrara ha ricordato come gli unici al mondo che hanno fatto una ricerca con un lungo follow-up sulla sigaretta elettronica sia stato lui stesso e l’università di Catania. In Italia, quindi, ci sarebbero gli strumenti di ricerca idonei per approfondire la conoscenza della sigaretta elettronica e del vaping ma, purtroppo, c’è uno zoccolo duro politico-sanitario-istituzionale-amministrativo che ancora non ha il coraggio – o la volontà – di affrontare la questione. “La sigaretta elettronica – ha detto Manzoli – serve per smettere di fumare e funziona. Fa bene? No, non fa bene. Ma non è questa la domanda è: quanto meno danno fanno rispetto alle sigarette tradizionali? ce lo dicono gli studi che abbiamo e sono tanti. Si stima che la riduzione del danno delle sigarette elettroniche vada da una quota del 50% sino al 90%. E’ poco. No, è tantissimo!“.

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