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di Stefano Caliciuri

La tensione è alta. E cresce di ora in ora. Tra i negozianti c’è rabbia per le decisioni governative e giuridiche, tra i consumatori sgomento per la percezione di un’ingiustizia senza precedenti. La sigaretta elettronica è lo strumento che ha consentito a milioni di persone di smettere di fumare o di ridurre sostanzialmente il consumo di tabacco. In breve di provare sulla propria pelle cosa significa tornare ad avere la piena funzionalità delle vie respiratorie. I commercianti, circa 2500 in Italia, sono allo sbando. All’inseguimento di notizie o di suggerimenti su cosa poter fare per rimarginare una ferita che a breve potrebbe dissanguarli.
Silenzio da parte dei produttori riuniti sotto il simbolo di Anafe-Confindustria. Nonostante riunioni interne, con la Federazione dei Tabaccai e con l’Agenzia dei Monopoli, nessuno ha fatto trapelare notizie. D’altronde, visti i diversi interessi aziendali degli associati, non poteva che andare così. Tra chi ha puntato tutto sulle cigalike e chi invece distribuisce online, tra chi ha una catena di negozi, chi produce liquidi e chi prevalentemente aromi, in questa fase è difficile trovare una sinergia. E i negozianti questo clima di tensione lo stanno sentendo e vivendo sulla propria pelle.
Alcuni stanno cercando di organizzarsi in gruppi territoriali. È successo nelle Marche, succederà in Puglia, in Campania, in Piemonte, in Calabria. Riunioni di esercenti di vicinato sino all’altro giorno concorrenti, oggi colleghi che cercano una via d’uscita per fare gruppo e non soccombere in solitaria sotto i colpi organizzati dallo Stato.
Ma ci sono anche i tabaccai in questa partita. Un’altra forma di commerciante, sicuramente più coperto, che ha visto nel vaping una possibilità di incremento di fatturato. E, perché no, una via d’uscita dalle grinfie del Monopolio. A Roma come a Firenze, a Torino come a Bari, molti tabaccai hanno organizzato un corner di prodotti per lo svapo. Utilizzano la stessa rete distributiva degli specializzati, qualcuno ha anche simile competenza. Non è solo il guadagno che li guida (l’incasso della vendita di un flacone di liquido equivale a non meno di sei pacchetti di sigarette), spesso è anche la consapevolezza che il futuro è fatto di vapore e non di fumo. Ma ora anche loro vedono le stesse limitazioni e strozzature. I loro gruppi social sono in ebollizione, considerano quanto avvenuto in Parlamento prima e in Corte poi un attacco alla libertà di commercio. Per la prima volta gli associati della Fit stanno dimostrando malcontento nei confronti dei vertici della loro organizzazione sindacale.
E se fosse arrivato il momento di unire le forze? Tutti insieme. Negozianti specializzati, consumatori, tabaccai, produttori, distributori per gridare all’unisono che il vapore non può essere monopolizzato. Che non si può strangolare un’economia che cresce a doppia cifra. Che non si può confondere uno strumento di riduzione del danno con il tabacco combusto. Che devono esserci regole, non vessazioni e imposizioni liberticide.