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di Barbara Mennitti

Monopolizzare e statalizzare interamente il settore per noi significa riportare indietro le lancette dell’orologio”. Gianluca Ansalone, responsabile delle Relazioni istituzionali di Bristish American Tobacco Italia, ha un giudizio nettamente negativo su quanto introdotto dall’emendamento Vicari. La multinazionale del tabacco, da tempo presente massicciamente anche nel settore del vaping, si dichiara favorevole ad eventuali correzioni dell’articolo 19 quinquies in sede di legge di stabilità, ma crede che sia necessario andare oltre gli interventi spot. Ansalone auspica la creazione di un tavolo dove tutte le parti in causa, dalle istituzioni agli operatori, si riuniscano per una riflessione seria e approfondita che decida le linee guida di questo settore. Si dichiara apertissimo anche a discutere di tassazione. Ma solo per il futuro.

Qual è la sua valutazione dell’articolo 19 quinquies del decreto fiscale, cioè l’ex emendamento Vicari?
Abbiamo un giudizio negativo su quell’emendamento per due ordini di ragioni. Il primo molto banale e semplice è che vietare la vendita online nel 2017, cioè nell’era della digitalizzazione imperante, è quanto meno un controsenso storico. C’è poi il secondo aspetto più di merito e un po’ più articolato. Noi come azienda abbiamo sempre espresso la posizione che, dal nostro punto di vista, questo settore negli ultimi anni è cresciuto – e questo è un dato positivo – ma in una maniera un po’ caotica e ipertrofica. La nostra è un’analisi critica ma costruttiva. Però monopolizzare e statalizzare interamente il settore per noi significa riportare indietro le lancette dell’orologio. Non la consideriamo la risposta giusta, non siamo assolutamente d’accordo da questo punto di vista. Quindi il giudizio complessivo su questo emendamento è assolutamente negativo.

Cosa intende quando parla di crescita ipertrofica e caotica?
Ci sono due aspetti su cui noi abbiamo sempre insistito. Il primo riguarda il tema che poi è stato sciolto con la sentenza della Corte costituzionale. Noi come Bat siamo sempre stati convinti che, anche in attesa del giudizio della Corte, bisognasse pagare tutto, che bisognasse pagare sulla base della quantità. Abbiamo sempre continuato a fare la nostra parte fiscalmente, cosa che invece non è stata comune al settore. È vero che c’era un giudizio pendente, ma non mi metto tanto nei panni dell’operatore, quanto in quelle delle istituzioni. Noi abbiamo sollecitato anche con delle lettere scritte il regolatore di questo settore a promuovere il maggior numero di controlli possibile, perché per noi l’interpretazione della legge, anche in presenza di un’attesa di giudizio da parte della Corte Costituzionale, era inequivocabile.

E che risposta avete avuto dal regolatore?
Di attesa: c’è un giudizio pendente, aspettiamo il giudizio e poi si vedrà il da farsi. Ne abbiamo preso serenamente atto, però la nostra interpretazione è sempre stata molto diversa.

Oltre alla tassa, cosa ha causato la crescita che definisce caotica?
L’altro aspetto per cui noi diciamo che il settore è cresciuto in maniera caotica e che abbiamo posto, riguarda gli adeguati standard di sicurezza e di qualità dei prodotti che sono sul mercato. Anche questa è una tematica che avrebbe meritato un approfondimento ampio e il coinvolgimento di tanti operatori e di istituzioni molto diverse tra loro, come per esempio l’Istituto superiore di sanità. Qualche passo in avanti si è fatto anche da parte per esempio dell’Iss, ma manca ancora a nostro avviso una codifica. Per noi il punto di riferimento è il lavoro fatto nel Regno Unito con un decalogo molto puntuale e preciso, stilato dal British Standard Institute sugli standard di qualità e sicurezza dei prodotti del vaping.

Quindi la notifica prevista dalla Tpd non basta per garantire standard qualitativi adeguati?
È la base, ma non basta. Si può fare di più e meglio. In Inghilterra, realtà che conosciamo per ovvi motivi, secondo noi si è fatto. Noi ci crediamo molto e la risposta non può essere quell’emendamento così formulato e con quello che prevede. Non si chiude la partita facendo girare all’indietro le lancette dell’orologio, monopolizzando tutto e statalizzando tutto.

Vi state muovendo in qualche modo per modificare l’emendamento Vicari in sede di legge di stabilità?
No, non direttamente perché non compete a noi, è nell’autonomia del Parlamento. Se poi qualche iniziativa parlamentare nasce, noi la guardiamo con favore. Noi però non ne promuoviamo nessuna. Leggo dalla vostra testata che sono in preparazione possibili iniziative parlamentari e noi saremmo disponibili a correggere se possibile e ove possibile, quanto è stato stabilito nel Vicari, che ci vede contrari. Questo nell’urgenza, ma secondo noi è necessaria e urgente una riflessione ampia e un approfondimento condiviso.

Qual è la vostra proposta?
Da tempo abbiamo posto all’attenzione anche del decisore politico la necessità di aprire una riflessione sulle linee guida di questo settore, sulle prospettive di sviluppo, sulle direzioni e così via. Noi siamo favorevoli a riaprire una discussione, un tavolo, un confronto tra gli operatori e le istituzioni, ma non certo attraverso gli emendamenti. Si cerca sempre di arrivare ad un risultato attraverso uno strumento che secondo noi non è appropriato. Se una riflessione deve essere, deve essere una vera riflessione.

Intende una sorta di legge quadro per il settore?
Ci vuole una nuova regolamentazione. Alla luce di tutte queste novità complessivamente prese, è arrivato il tempo di aprire una riflessione ampia. E una riflessione si fa con i crismi dovuti, con un dibattito approfondito, si coinvolgono le istituzioni, tutti gli operatori ai vari livelli. Ci vuole del tempo e ci vuole della profondità. Non si può pensare con tre righe di emendamento in questa sede o in altre sedi di cambiare completamente l’impianto.

Tornado alla tassa, che idea avete su quanto deciso dalla suprema Corte?
Quello che ha deciso la Corte noi lo abbiamo sempre applicato. Questo ci fa dire che forse il tema in difformità che avevamo posto, tutto sommato aveva un fondamento. Per noi l’interpretazione della legge era chiara, quantomeno sulla componente nicotina. Noi dicevamo alle istituzioni, nella fattispecie anche al nostro regolatore che sono i Monopoli di Stato: guardate che nella nostra interpretazione il fatto che si debba pagare sui liquidi con nicotina è fuori di discussione; quello su cui ci aspettiamo la Corte si pronuncerà è l’eventuale equiparazione fra liquidi con e senza nicotina. Tutto qua. Ma sul fatto che le tasse andassero pagate, quantomeno sulla componente dei liquidi contenenti nicotina, per noi è stato sempre fuori di discussione. La sentenza adesso va in questa direzione.

Lei si rende conto che la tassazione prevista era sostenibile per voi multinazionali ma non per le medie e piccole imprese del settore?
Siamo disponibili anche ad affrontare il tema generale della tassazione che alcuni ritengono troppo onerosa. Siamo apertissimi ad aprire un tavolo per parlarne in maniera approfondita, ma non attraverso il tentativo, che vedo nel Dl fiscale e mi aspetto che riesca fuori in sede di stabilità, di un emendamento che cristallizzi una cosa su cui non c’è stato dibattito, non c’è stato approfondimento, non tiene doverosamente conto della sentenza nè del pregresso.

Da chi dovrebbe essere gestito il tavolo?
Dalle istituzioni. Siano i Monopoli di Stato o il Ministero dell’economia e delle finanze. L’iniziativa deve partire dalle istituzioni e deve vedere coinvolti tutti i livelli, cioè gli altri ministeri coinvolti – che sono sviluppo economico e salute – e gli operatori tutti. Da noi, più grandi, che siamo nel settore, agli operatori più piccoli, le rappresentanze, i corpi intermedi. Tutti coloro che hanno qualcosa da dire.

Qual è la vostra posizione sulla tassa sui liquidi senza nicotina?
Bisogna porre questa domanda in maniera ampia e problematica per il futuro. C’è un pregiudizio e mi riferisco al pregresso. Per noi è stato inequivocabile che la strada fosse questa. Adesso, congelato lo stato dell’arte da parte della Corte Costituzionale, si riapre il dibattito. Siamo disponibili anche a parlare di possibili differenziazioni tra con e senza nicotina in termini di gradiente. Quindi una cosa è il pregresso, su cui ci siamo comportati in un certo modo, una cosa è il futuro. Non abbiamo una posizione pregiudiziale.

Come si fa a sostenere che un liquido alla fragola senza nicotina equivalga a 5,5 sigarette?
Posso condividere in linea di principio quello che dice. Ripeto, siamo disponibili a parlarne, anche alla luce della sentenza della Corte, perché al suo interno vi sono degli angoli che possono essere presi in considerazione in un dibattito e in un ragionamento complesso e articolato.

Ma uno strumento di riduzione del danno da fumo non dovrebbe invece essere incentivato anche dal punto di vista fiscale?
Assolutamente sì. Noi come azienda abbiamo una visione molto chiara e cioè che la tassazione, comunque la si intenda, deve essere strettamente collegata a quello che noi chiamiamo lo spettro del rischio. E quindi uno strumento che può essere un modo per ridurre l’impatto sulla salute, deve essere inquadrato all’interno del sistema fiscale tenendo conto di questo.

Con la tassa piena al consumatore svapare costa più che fumare, nessuno è più incentivato a passare all’elettronica.
Questo tipo di sillogismo così diretto è un po’ una forzatura, ci sono tante altre implicazioni che rimandano a considerazioni non prettamente fiscali. Però seguo il principio e siamo rigorosi nel dire che lo schema fiscale deve accompagnare lo spettro del rischio.

Ha avuto modo di leggere l’editoriale del presidente della Fit che descrive tabaccai come presidio della salute e sostiene che la sigaretta elettronica è stata sostanzialmente data in esclusiva alle tabaccherie?
Il mio commento non è molto diverso da quello all’emendamento tout-court, che è all’origine di queste osservazioni. La nostra contrarietà è chiara. Pur nelle legittime posizioni di ciascuno, nel riconoscere alcuni limiti su come questo mercato si è sviluppato, la soluzione non può essere quella di statalizzare e portare tutto in tabaccheria. Non siamo d’accordo anche molto banalmente per impostazione generale, per il principio della libertà di mercato e tanti elementi. Ma anche per una considerazione molto banale: su questo segmento ci siamo da anni, stiamo facendo investimenti importanti, siamo pienamente immersi nella realtà di un settore che ha delle sue dinamiche e una sua vitalità. Mortificarla portando tutto quanto indietro non è condivisibile.

Quindi il futuro è del vapore?
Noi ci crediamo tantissimo. Pensiamo che il futuro sia quello di un allargamento ampio dell’offerta e della scelta per il consumatore e il vapore avrà sicuramente un ruolo importantissimo.