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di Federico Brusadelli
(tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017)

Nel 1639, l’imperatore Chongzheng, l’ultimo sovrano della gloriosa dinastia Ming che regnava sulla Cina da quasi tre secoli – e che di lì a pochi anni si sarebbe impiccato sulla Collina del Carbone mentre a Pechino facevano il loro ingresso i “barbari” mancesi – mise al bando la coltivazione del tabacco. Una misura drastica che prevedeva la pena di morte per i trasgressori e che venne rafforzata anche dai nuovi arrivati (i mancesi, appunto, che nel 1644 si erano installati nella Città Proibita con il nome di Qing). Come tanti fra i divieti emanati dal Figlio di Cielo, sarebbe rimasto ben presto lettera morta. E anzi il tabacco, spesso mescolato a piccole dosi d’oppio, avrebbe conosciuto una inarrestabile diffusione nell’Impero, soprattutto fra i militari. Come spiega la storica Carol Benedict nel suo appassionante Golden-Silk Smoke: A History of Tobacco in China, 1550–2010 (University of California Press, 2011), non vi erano ragioni “etiche” o “morali” nelle misure draconiane del Seicento, bensì il tentativo da parte della casa imperiale di controllare un settore economico in rapida espansione, fino a quel momento nelle mani delle grandi famiglie locali. Nulla di paragonabile, spiega Benedict, alle campagne moralizzatrici anti-tabacco, spesso a carattere religioso e talvolta dal retrogusto xenofobo (una “barbara usanza amerindia”…), sperimentate dall’Europa in quegli stessi secoli.
Le esigenze moralizzatrici sarebbero divampate, sì, ma più tardi, nel Diciannovesimo secolo. Davanti all’aumento esponenziale del consumo di oppio, i funzionari confuciani più intransigenti avrebbero iniziato a far sentire la propria voce. Ma anche allora, non era solo il “vizio” e il “decadimento dei costumi” a preoccupare i vertici imperiali, quanto pragmatiche ragioni economiche. L’oppio era penetrato nel mercato cinese per mano britannica, un modo semplice per riequilibrare una bilancia commerciale troppo sfavorevole: gli inglesi compravano dalla Cina (tè, seta) senza riuscire a vendere nulla in un mercato autosufficiente come quello dell’Impero di Mezzo. L’oppio sembrò la soluzione migliore. Nel 1840 ne nacque una guerra (la “guerra dell’oppio”, appunto), vinta con facilità dagli inglesi, e generalmente ritenuta l’avvio della storia cinese moderna nonché del secolo di umiliazione che avrebbe visto l’impero Qing accerchiato e impoverito dalle potenze occidentali, e infine travolto all’alba del ventesimo secolo dalla rivoluzione repubblicana. Ma non fu certo l’associazione tra fumo (d’oppio, ma pur sempre fumo) e il collasso dell’Impero a fermare la diffusione del “vizio” in Cina. Anzi. In età repubblicana, ovvero negli anni Venti, la sigaretta diviene elemento estetico imprescindibile della vita urbana delle nuove élite. Anche l’anti-borghese Mao negli anni della guerra civile contro i nazionalisti promette ai suoi uomini, da accanito fumatore, “cibo, riparo e sigarette”. E Deng Xiaoping, l’uomo delle riforme post-maoiste e della cauta apertura ai mercati internazionali, non tradirà però Mao nella fede per il tabacco: le costose “Panda”, inarrivabili per i comuni cittadini – ai 300 milioni di fumatori cinesi spettano le sigarette dei monopoli statali – saranno immancabile accessorio dei suoi impegni politici. La rottura nella tradizione “tabagista” della leadership comunista avviene nel ventunesimo secolo: nel 2003, la firma della World Health Organization Framework Convention on Tobacco Control apre le porte alle prime serie campagne antifumo nella Repubblica popolare cinese. Ed è proprio allora che, non a caso, si apre la storia del vaping in Cina. Quello stesso anno, il farmacista Han Li (meglio noto con il suo nome cantonese, Hon Lik) brevetta la sigaretta elettronica. In poco tempo, la sua invenzione sbarca in tutto il mondo, lui incassa milioni di dollari, e Shenzhen, la città che Deng Xiaoping volle come Zona economica speciale, diventa l’hub mondiale della produzione di e-cig. Il mercato interno stenta, all’inizio. Deve scontrarsi con il colosso statale del tabacco, certo, e anche con un atteggiamento culturale che – come detto – non si presta alla “censura” nei confronti della sigaretta. Un dossier del 2015 (国内电子烟市场分析, Analisi del mercato interno della sigaretta elettronica) identifica – con un molto marxista approccio per “stadi di sviluppo” – tre fasi nella diffusione della e-cig in Cina. Quella iniziale, dal 2004 al 2009, caratterizzata da un andamento lento e incerto, aiutato indirettamente dalla crescente fortuna del vaping all’estero. Una seconda, di rapido sviluppo, dal 2010 al 2013, in cui si attua il boom che porterà alla terza fase (quella attualmente in corso), che prevede prospettive rosee di sviluppo seppure in quadro normativo ancora molto vago. La crescita nel numero di utilizzatori è evidente, e va di pari passo con il progressivo indurimento delle norme antifumo e con la diffusione delle piattaforme di e-commerce: nel 2013, sul solo sito Taobao si contavano 1575 rivenditori, con il 90 per cento della merce prodotta in patria.
In dieci anni, il numero dei fumatori e di coloro esposti al fumo indiretto non ha dato alcun segno di cedimento”, osservava amareggiato Wu Yuqin, portavoce della associazione Think Tank per il controllo del fumo, nel 2013. Ma con l’attuale presidente, Xi Jinping, e con una first lady che è esplicitamente in pista per la lotta al fumo, le misure anti-fumo “sembrano farsi per la prima volta serie, come ha recentemente detto ai media la professoressa Yang Gonghuan, esperta di salute pubblica. E il vaping non può che beneficiarne, come dimostrano i numeri. Le incognite restano due (oltre alle normative avvolte dalla nebbia): fino a che punto i vertici della RPC sono disposti a sacrificare le rendite del monopolio del tabacco in favore di un settore che, per ora, gode di maggiore libertà? E, se come molti osservatori sottolineano, il mondo del vaping può essere per compagnie straniere un canale importante di inserimento nel mercato cinese, fino a che punto ciò sarà favorito (o tollerato) dalla leadership comunista? Per ora, a quattro secoli dagli editti di Chongzheng, le nuove severe misure antifumo in preparazione a Pechino potrebbero aprire una nuova pagina nella lunga storia di amore e odio tra la Cina e il tabacco, e a beneficiarne potrebbe essere la nascente “cultura del vaping”. Di certo, ai carichi britannici d’oppio dei tempi di “umiliazione nazionale” si sostituiscono ora i carichi in partenza da Shenzhen per un mondo globale, che svaperà sempre più made in China.

Federico Brusadelli, giornalista e sinologo, insegna Cultura e Istituzioni della Cina presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara e Storia dell’Estremo Oriente presso la IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione.