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(tratto da Sigmagazine #7 Marzo-Aprile 2018)

di Riccardo Polosa

Giorni di vivaci dibattiti a livello internazionale per il futuro della sigaretta elettronica e per la sua affermazione quale metodo più efficace per ridurre i danni da fumo e per sconfiggere una piaga che semina annualmente milioni di vittime nel mondo. Ma mentre l’Italia si dimostra sorda davanti alle evidenze ed alle dimostrazioni della scienza internazionale, altri Paesi (soprattutto l’Inghilterra) promuovono lo svapo come valida alternativa al fumo delle bionde. Ma la contrapposizione tra Italia e Inghilterra non è una eccezione. È la regola.
Non passa settimana senza che ci si imbatta in dichiarazioni contrastanti tra ciò che dice la scienza e ciò che diffondono i media. È ormai un duello a suon di comunicati, smentite e precisazioni. E perché secondo voi? Perché manca, a mio avviso, una linea di condotta comune, condivisa e regolamentata. Manca una struttura coordinata all’interno della quale poter lavorare per un solo obiettivo: la verità scientifica e la salute pubblica.
Le sigarette elettroniche danneggiano il DNA?” questa è la domanda che diversi giornalisti hanno formulato nei giorni scorsi a seguito della pubblicazione di uno studio condotto in animali da laboratorio dai ricercatori della New York University. A questi scienziati ho fatto eco citando i nostri studi su pazienti affetti da malattie polmonari che non solo dimostrano una assenza di danno ma evidenziano gli stessi miglioramenti che possono ottenersi smettendo di fumare.
Ma perché questi risultati così divergenti tra modelli sperimentali di laboratorio e studi clinici nell’uomo? Il problema è che nessuno parla di un errore di fondo importante che è nel metodo. E quello descritto dagli autori dello studio newyorkese non mima le normali condizioni d’uso dei prodotti da svapo. Le condizioni riprodotte in questi esperimenti sono tali da favorire la produzione di sostanze tossiche. Ma nell’uso quotidiano questo non avviene. E proprio per questo il toast bruciato che ho portato a Londra lo scorso gennaio è ormai diventato un sinonimo popolare di svapo alterato.
Invitato, infatti, a parlare davanti la commissione tecnica Science and Technology Select Committee del Parlamento inglese insieme a Peter Hajek della Queen Mary University e Mark Conner dell’Università di Leeds, ho deciso di mostrare ai rappresentanti di Westminster l’esempio tipico di come vengono valutate le sigarette elettroniche in alcuni laboratori che non rispettano standard di riferimento ufficiali. Per farlo, mi sono fatto aiutare a colazione. Ho portato, infatti, ai membri del tavolo tecnico il toast bruciato che avevo preparato pochi minuti prima e ho spiegato che se riscaldiamo un toast in un tostapane ad una temperatura standard e per un tempo limitato, il toast è perfetto. Se lo riscaldiamo invece ad una temperatura troppo alta e per molto più di 5 minuti, il toast uscirà bruciato e conterrà anche elementi cancerogeni. Così, per analogia, la valutazione scientifica delle sigarette elettroniche negli ultimi anni ha avuto la stessa metodologia paragonata a chi a colazione preferisce mangiare un toast bruciato.
Gli strumenti di laboratorio utilizzati per valutare le e-cig sono alimentati a temperature troppo alte che riscaldano esageratamente il dispositivo e producono un vapore talmente lontano dal normale utilizzo umano che arriva quasi a contenere sostanze cancerogene. I risultati di studi condotti con questi metodi (che ormai sono davvero tanti) vengono diffusi dai media a livello internazionale e non fanno altro che alimentare un dibattito ormai troppo acceso tra scienza e media, tra ciò che può essere interpretato e ciò che, per sua natura, dovrebbe essere evidente.
È importante che le istituzioni di competenza e la comunità scientifica tutta comprendano la necessità di stabilire standard di riferimento efficaci e condivisi per la valutazione delle sigarette elettroniche. Questa è la prerogativa scientifica mondiale.