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di Stefano Caliciuri

E’ tra i paradisi fiscali più oscuri e ambìti del mondo. Oscuri perché nonostante faccia parte dell’Unione europea è impossibile risalire ai conti e ai bilanci delle aziende che vi hanno sede; ambìti perché, proprio per questo, una volta messo piede dentro il piccolo statarello è difficile uscirne senza un congruo conto in banca. E forse proprio per questo il Lussemburgo è tra i Paesi al mondo che maggiormente stanno cercando di combattere il fumo elettronico, ponendi paletti e vessazioni fiscali volti a demotivarne la diffusione. Il paradosso, infatti, sta proprio nella tassazione dei prodotti del vaping. Con la Tpd anche il Lussemburgo ha dovuto attivare il portale di notifica europea. La somma che ogni importatore, produttore o distributore deve pagare ammonta a 5mila euro per referenza. Una cifra impossibile da sostenere anche in relazione a quanto ipoteticamente potrebbe rientrare dalle vendite viste le dimensioni geografiche e demografiche ridotte del Lussemburgo. La scelta del governo pare essere una spinta a non far entrare il vaping all’interno dei confini nazionali, lasciando quindi carta bianca a tutte le varie multinazionali che l’hanno invece scelta come sede amministrativa per i loro affari. Il ministro alla sanità lussemburghese ha spiegato che le misure restrittive si sono rese necessarie perché non esistono ancora risultati scientifici evidenti sul minor impatto delle ecig sulla salute pubblica. Il risultato è che le poche aziende del vaping che commerciavano in Lussemburgo si stanno spostando verso la Francia e la Germania.

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