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(tratto di Sigmagazine bimestrale #8 maggio-giugno 2018)

di Pierluigi Mennitti

Sarà che a pochi mesi dall’inizio delle vacanze estive le notizie che arrivano dalla Grecia, una delle mete turistiche più amate, hanno sempre un’eco maggiore, ma l’ultima nuova dal paese dell’Ellade rischia di far cambiare idea a molti vaper, proprio alla vigilia delle prenotazioni. Il Consiglio di Stato di Atene ha infatti vietato l’uso della sigaretta elettronica in luoghi e trasporti pubblici. E quel che è peggio, ha motivato il divieto con l’equiparazione tra svapo e fumo. “La sigaretta elettronica è soggetta alle stesse restrizioni che riguardano la sigaretta tradizionale, compreso il divieto di pubblicità e di utilizzazione nei luoghi pubblici e sui trasporti“, dice la sentenza emessa dalla più alta istanza giudiziaria greca in seguito a un ricorso contro il governo dell’associazione dell’industria di ecig. Passa così per via giudiziaria l’equiparazione tra vapore e tabacco. Una teoria ormai smentita dalle ricerche medico-scientifiche più recenti ma che il governo di Atene – come altri governi del mondo – pone a base di politiche che seguono altri interessi rispetto a quelli della tutela della salute. Non è un caso che la Grecia, dove fino a prima della crisi economica il costo di un pacchetto di sigarette era il più basso di tutta l’area euro, sia con il suo 37 per cento di fumatori al primo posto in Europa nella classifica dell’Atlante del tabacco, lo studio che monitora il consumo di sigarette e prodotti affini nel mondo.
Incrociando i dati dell’Atlante, non è difficile estrapolare una coincidenza: dove è più alto il numero dei fumatori le misure contro il vaping sono più severe. Ed è facile immaginare (anche se qualche volta difficile da dimostrare) quanto la forza economica e lobbistica delle multinazionali del tabacco, unita alla debolezza o alla permeabilità delle classi politiche, favorisca buoni affari per tutti, tranne che per la salute dei cittadini. Per rimanere ancora in Europa, è di poche settimane fa la notizia della decisione del nuovo governo austriaco di cancellare la legge che da maggio avrebbe imposto il divieto assoluto di fumo all’interno dei caffè del Paese, al tempo istituzione storico-culturale e attrazione turistica. Così l’Austria, per molti aspetti uno dei Paesi all’avanguardia in Europa, resta uno degli ultimi Stati occidentali a permettere ancora il fumo nei caffè, dopo che anche in Olanda un tribunale aveva depennato le ultime concessioni. Le conseguenze: la repubblica alpina si è conquistata il poco raccomandabile titolo di “posacenere d’Europa” e si stima che 13mila austriaci muoiano ogni anno a causa del fumo. Sembra molto lontana la Gran Bretagna, dove governo e ricercatori medici hanno stretto un’alleanza virtuosa in nome del principio della riduzione del danno. Ma anche la Francia, che ha appena aumentato a 8 euro il prezzo di un pacchetto di sigarette e promette di portarlo a 10 entro il 2020 e addirittura la Russia, che ha annunciato in tempi brevi una normativa esclusiva per i prodotti del vaping, scindendola da quella per il tabacco. In Italia, invece, il governo aumenta le tasse sui liquidi per svapo rendendo il fumo più conveniente.
Nessuno studio contesta più il fatto che il vapore dell’ecig faccia molto meno male del fumo di sigaretta e molte ricerche individuano proprio nel vaping lo strumento più valido per smettere di fumare. Compreso l’utilizzo di liquidi con nicotina, che costituisce la via di uscita più efficace per i fumatori incalliti, quelli impermeabili ai metodi tradizionali. Una strada percorsa all’altro capo del globo dalla Nuova Zelanda, ma non dall’Australia dove il divieto di utilizzare la nicotina nei liquidi per ecig ha impedito di salvare centinaia di migliaia di vite, secondo quanto denunciato dal presidente dell’House of Representatives Standing Committee on Health, Aged Care and Sport, Trent Zimmerman. Storie di paradossi in giro per il mondo, ma il paradosso australiano ha spinto il senatore conservatore Cory Bernardi a salire sul Vape Force One, un autobus con cui il politico gira il Paese per sollecitare l’opinione pubblica a prendere posizione contro il divieto di nicotina nei liquidi.
Le situazioni più difficili si vivono nei continenti in via di sviluppo. Nell’Africa, dominata dalle multinazionali del tabacco che hanno trovato in governi poco accorti l’Eldorado per i loro affari economici. E in Asia, dove i politici fanno a gara per varare le restrizioni più severe contro il vaping. Allarmante l’aumento dei consumatori di tabacco in Africa, un fenomeno incoraggiato da campagne pubblicitarie aggressive evidentemente non contrastate dalle autorità sanitarie dei vari Paesi che neppure prendono in considerazione politiche di sostegno alla sigaretta elettronica. Anzi. Dopo Kenya, Rwanda e Tanzania, anche il Ghana si appresta ora a vietare sciscia (narghilè) e vaping, mentre i dati forniti dall’Atlante sul tabacco indicano un’impennata di fumatori nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: Egitto, Libia e Tunisia. In quest’ultimo, ogni anno l’ictus colpisce 2600 fumatori, il 25 per cento.
In Asia è invece in corso una vera e propria offensiva contro la sigaretta elettronica. La stampa ha rilanciato nei mesi scorsi notizie di retate e perquisizioni in diversi negozi di prodotti di svapo in Malesia, mentre in Thailandia una coppia di anziani turisti israeliani era stata fermata per possesso di sigaretta elettronica e un giovane di 27 anni era stato arrestato con l’accusa di aver venduto prodotti di svapo illegali a studenti universitari e turisti. L’Indonesia è in procinto di elaborare una regolamentazione del vaping ma c’è poco da sperare: il Jakarta Globe adombra sospetti di collusioni fra industria del tabacco e autorità governative. A Taiwan l’esecutivo ha proposto un emendamento alla sua legislazione sul tabacco, il Tobacco Hazards Prevention Act, che avrebbe l’effetto di vietare la produzione e la vendita di tutte le sigarette elettroniche e dei suoi accessori, compresi i liquidi. La proposta di divieto totale segue analoghe iniziative prese negli ultimi tempi da diversi Paesi dell’Asia sudorientale (Association of Southeast Asian Nations, ASEAN). Cambogia, Indonesia e Thailandia hanno effettivamente bloccato la vendita di ecig, mentre Vietnam e Malesia sono andati oltre e hanno varato leggi che rendono illegale anche il possesso e l’uso di strumenti di vaping.
Cinque Stati indiani hanno bandito il vaping, altri ci stanno pensando e, un mese fa, il ministro della Salute di Nuova Delhi, JP Nadda, ha annunciato in Parlamento l’intenzione di introdurre un divieto nazionale per le sigarette elettroniche. Il motivo è naturalmente economico: sui fumatori grava l’87 per cento dei 5,3 miliardi di dollari annualmente incassati dallo Stato dall’intero comparto del tabacco. I numeri sulla salute invece non lo interessano: l’India è il secondo Paese al mondo per consumo di tabacco con 120 milioni di fumatori e 900mila morti all’anno per sigarette e una spesa pubblica per cure di malattie legate al tabagismo intorno ai 22 miliardi l’anno.
Ma c’è un’eccezione anche in Asia: Hong Kong. Sarà l’atmosfera britannica che ancora si respira da quelle parti, comunque l’ex dipartimento UK è una mosca bianca nel girone infernale delle legislazioni asiatiche. Un’indagine del Dipartimento censo e statistiche ha censito in aumento il numero di cittadini che hanno abbandonato il fumo per il vaping. A fine 2017 gli svapatori erano 5.700 “una crescita consistente” in soli due anni, dice il report. Benvenuti nella nuova Cina.
UPDATE – Nel frattempo però Hong Kong ha cambiato idea…