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In seguito alla pubblicazione dell’articolo che annuncia la probabile introduzione del divieto di vendita delle sigarette elettroniche a Hong Kong, un lettore che vive nel Paese asiatico ha scritto una appassionata lettera che approfondisce la situazione politica e regolatori sui Device di riduzione del danno.

Mi chiamo Ilario, vivo e lavoro a Hong Kong da sette anni. Da due anni sono un vaper appassionato e posso esultare di essermi liberato dalle catene del tabacco combusto.
A Hong Kong il vaper di norma vaporizza liquidi non nicotinizzati. Anche per questo la  comunità dei consumatori locali è rimasta piuttosto basita del contenuto del discorso del primo ministro Carrie Lang che ha annunciato di voler bannare le sigarette elettroniche, anche considerando che solo pochi mesi prima si era aperta la possibilità di regolare il settore del vaping e dei riscaldatori di tabacco. Quest’ultimo piuttosto popolare localmente soprattutto nella declinazione Iqos, che ha invaso il territorio (complici commercianti senza scrupoli che fondamentalmente importano illegalmente il device e gli heets dai vicini giapponesi, dove invece il riscaldatore è regolato essendo stato il Giappone il Paese pilota). Il grande paradosso è che siamo a un’ora di treno da Shenzhen, la fabbrica del vaping mondiale in termini di volumi di produzione. Sulla carta siamo un unico Paese (One Country, Two Systems) ma tant’è, Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese e molto spesso si prendono decisioni specialmente miopi. E mi duole dire inoltre che nulla è valsa l’attività di lobbying di Philip Morris, che qui a Hong Kong ha la sua sede rappresentativa per l’area Asia Pacific: in una situazione di volontà di regolarizzarsi come questa che viviamo a Hong Kong contavamo anche su di loro.
Penso che anche in Italia, all’indomani delle novità circa l’emendamento Vicari (che ho seguito con interesse dall’altra parte del mondo), il mondo del vaping italiano avrebbe potuto avere pensieri simili, ovvero di potersi affidare anche al braccio forte delle lobby del tabacco. Paradossalmente anche Philip Morris Italia, direttamente o indirettamente, poteva risultare d’aiuto allo svapo italiano.
È certo che Carrie Lam abbia ottenuto forti pressioni dai movimenti locali anti-fumo e anti-tabacco (in primis la Hong Kong Council on Smoking and Health COSH) che da anni lottano per una Hong Kong libera dal giogo del tabacco, ma è palese dal loro manifesto programmatico che non comprendono la distinzione tra un prodotto e l’altro, e rigettano con forza il concetto della riduzione del rischio.
A Hong Kong è possibile trovare la lettera inviata dal COSH poco prima che Carrie Lam facesse il discorso. Si fa forte leva sul tema dell’uso dei device da parte dei minorenni.
Si notino tutte le organizzazioni e associazioni firmatarie coinvolte: ecco, non c’è che dire se non che questa è attività di lobbying fatta piuttosto bene. È anche da sottolineare il fatto che storicamente Hong Kong per riformare e normare ha l’abitudine di sbirciare le policy dei Paesi vicini, nella fattispecie Singapore e Macao, che guarda caso sono Paesi che hanno reso la sigaretta elettronica semi-illegale. La comunità locale che ha a cuore lo svapo, capitanata da alcune associazioni di categoria (Hong Kong Electronic Cigarette Store Alliance HKVAPEA, Asian Vape Association AVA) e i negozianti (per lo più piccolissime società di partite Iva o Ltd di appassionati), ha attivato una petizione su Change.org nel tentativo di salvare lo svapo a Hong Kong. Una firma in più non fa male alla causa.
Un cordiale saluto da una Hong Kong che a breve proibirà l’alternativa al tabacco combusto.