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Fumo, Caponnetto (Coehar): “Lottiamo contro una pandemia da 80mila vittime all’anno”

Secondo il docente dell'Università di Catania, l’approccio con il fumatore non deve essere privativo perché togliendo il piacere rimangono soltanto gli stati depressivi. Serve, invece, studiare un intervento cucito sulla persona che tenga conto dell’efficacia degli strumenti di riduzione del danno.

L’inizio di ogni nuovo anno coincide solitamente con propositi e auspici favorevoli. Non a caso il nome gennaio deriva da una delle più importanti divinità della religione romana e latina, il dio Giano. Il dio degli inizi, che presiede i passaggi e le porte (Ianuae), materiali e immateriali, origine del tempo storico e di quello mitico e rappresentato bifronte, con una testa a guardia del passato e l’altra, invece, rivolta verso il futuro. A gennaio siamo più propensi ad avviare progetti e fare promesse, consci del significato intrinseco di inizio e rinascita che il nuovo anno porta con sé. Molto spesso questi cambiamenti che ci ripromettiamo di compiere riguardano la sfera della salute: diete, fioretti e abitudini più salutari. Ma anche, come riportano numerose ricerche, decisioni importanti, come quella di smettere di fumare. Abbandonare la sigaretta e la comfort zone che ne deriva, rappresenta un percorso difficile e irto di ostacoli. Ecco perché rivolgersi a un esperto aumenta le proprie probabilità di successo, a maggior ragione se abbiamo a nostra disposizione tutte le strade possibili: dai metodi tradizionali – una combinazione di farmaci, sostegno comportamentale e cerotto o gomme – a quelli più innovativi, come gli strumenti a rischio ridotto, sigaretta elettronica in primis. Per comprendere cosa significhi decidere di abbandonare un vizio come quello del fumo, interviene il professor Pasquale Caponnetto, ricercatore del CoEhar, docente di psicologia clinica delle dipendenze presso il Disfor dell’Università di Catania e coordinatore del Cpct Centro per la prevenzione e cura al tabagismo del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania.

Perché gennaio è un mese così importante per smettere di fumare?
Dipende da un assetto mentale nostro. Generalmente tendiamo a voler cambiare il lunedì, a settembre oppure a gennaio. E come se noi volessimo chiudere un anno e aprirne un altro. Addirittura, c’è uno studio che rileva che il fattore che pare faccia smettere maggiormente di fumare sia identificabile proprio con il primo giorno dell’anno. I periodi di relax sono quelli più propizi per i cambiamenti: la motivazione coincide spesso con un bisogno di cambiamento. Settembre, ad esempio, è un altro periodo ottimo per intraprendere un percorso di cessazione: le giornate soleggiate e ancora lunghe permettono di svolgere una serie di attività gratificanti e salutari, ottimi alleati contro il fumo. Ogni nuovo inizio coincide con una spinta motivazionale a voler apportare miglioramenti a livello psicologico e fisico. Si tratta di un processo autodecisionale che parte da sé stessi, dalla propria volontà. Lo stesso Pascal diceva che le persone cambiano con le parole che si dicono da sé. Questo pare avere un certo impatto, mentre lo stesso non si può dire delle nostre diete del lunedì.

Lei è un ricercatore del CoEhar di Catania: quali sono le attività e i progetti che portate avanti in materia di smoking cessation?
L’attività del CoEhar è indirizzata alla riduzione del rischio orientata alla dipendenza tabagica, ma ci muoviamo a 360 gradi rispetto ad altri stili di vita salutari. Generalmente applichiamo un approccio integrato, ossia teniamo conto degli elementi biologici, sociali e psicologici per ogni persona. Ovviamente partiamo dalle terapie riconosciute dalla comunità scientifica internazionale e ci affacciamo verso terapie emergenti. Inoltre, utilizziamo come modalità di approccio, come sottolinea il nome stesso CoEhar, laddove non sia possibile una cessazione totale rispetto al problema, quella dell’harm reduction. La riduzione del rischio comporta per l’utilizzatore un minore rischio di insorgenza di patologie fumo correlate.

Quali dati abbiamo circa la rilevanza degli strumenti a rischio ridotto, come la sigaretta elettronica, in ambito di cessazione?
Le linee guida internazionali rispetto alla smoking cessation indicano come terapia principe quella di alcuni farmaci e sostituti nicotinici, come gomme e cerotti, associati a supporto psicologico individuale o di gruppo. Stiamo via via testando, in linea anche con altre realtà europee tipo l’Inghilterra, l’utilizzo di prodotti a basso rischio: i risultati sono estremamente promettenti in termini di efficacia e tollerabilità. Noi siamo stati dei pionieri in questo campo, poiché abbiamo intrapreso il primo studio al mondo che ha verificato l’efficacia della sigaretta elettronica per aiutare le persone a smettere di fumare. Negli studi che abbiamo fatto fino ad ora, i tassi di cessazione sono pari, se non addirittura superiori, rispetto a quelli delle terapie classiche. A mio avviso tale superiorità proviene dal fatto che, a differenza delle terapie classiche, nelle quali non si tiene conto dell’aspetto psicogestuale, la sigaretta elettronica può essere uno strumento che aiuta a distaccarsi da quella convenzionale per similitudini comportamentali. Ci tengo però a sottolineare un aspetto: di fronte a una persona con una dipendenza, come quella tabagica, è necessario avviare anche un percorso che tenga conto della possibilità di accedere a diverse terapie, valutando la personalità e le aspettative del paziente. Come clinico, più terapie ho a disposizione, meglio è. Laddove le terapie ufficiali e standardizzate non risultino valide, possiamo proporre i prodotti a basso rischio: non possiamo ragionare seguendo l’assioma “o smetti o muori”, anche perché spesso ci troviamo davanti persone che non vogliono smettere. Dunque, chi viene nel nostro centro, si aspetta qualcosa di diverso da noi. Fondamentale è il rapporto che si instaura con la persona: dobbiamo essere in grado di motivare e sostenere.

Aspetti ritualistici e similitudini sensoriali: quanto incidono queste caratteristiche per chi vuole smettere di fumare?
È chiaro che una persona che per anni ha accompagnato la sua vita a una serie di gestualità e da un giorno all’altro le abbandona, sperimenterà una sorta di lutto. Dal punto di vista sensoriale e gestuale, i prodotti a rischio ridotto hanno un’arma in più a proprio vantaggio, poiché riproducono l’aspetto gestuale e sensoriale. L’obiettivo ultimo, però, deve essere quello di favorire la cessazione totale, mantenendo uno stato di benessere psicologico generale. Dobbiamo sempre avere bene in mente il principio dell’health empowerment, considerando lo stile di vita del soggetto nel suo complesso: dall’alimentazione all’uso di altre sostanze, allo sport. Il nostro intervento non significa essere sponsor di un prodotto: ci interessa che le persone stiano bene, che riescano a ridurre i rischi e mantengano uno stile di vita salutare. L’approccio non deve essere privativo, perché se togli tutti i piaceri, ciò che rimane porta solo a stati depressivi. Serve studiare un intervento cucito sulla persona, come un abito che sta bene in quel preciso momento.

Capita che qualcuno le dica: “Cosa cambia se fumo una sigaretta in più o una in meno”?
E quello che mi dicono sempre. Poi devo valutare che cosa significa tale frase. Il punto è che di solito chi lo dice, mi dice una frase del genere come base per fumarne 20 in più.

Gli aromi diversi dei liquidi da svapo che rilevanza hanno nel percorso di cessazione?
Sicuramente vi sono delle indicazioni cui gli aromi sono malvisti in generale. Noi abbiamo sperimentato aromi che consentivano un’esperienza sensoriale simile alla sigaretta, favorendo quello che in gergo si chiama product detachment. Noi siamo portati ad attaccarci agli esseri umani, i nostri care giver; ma qualcosa di simile accade anche con alcuni oggetti che appartengono alla nostra vita. Una persona che fuma è attaccata alla sigaretta. E quando tu ti distacchi da qualcosa che ti ha dato piacere, che ha scandito le tue giornate, hai bisogno spesso di trovare qualche altra cosa più importante. Persone che non pensavano mai di smettere, hanno incominciato a sentirsi capaci di poterlo fare grazie ai prodotti a rischio ridotto. Da li, si potrà poi lavorare per portarli a una vita libera da ogni forma di assuefazione a qualsiasi tipo di prodotti. È un processo dinamico: nella dinamicità del cambiamento, aumenta la capacità di far fronte ai problemi. Queste persone si sentono maggiormente capaci di potercela fare. Il fumatore non si sente malato e dunque non è propenso ad assumere farmaci, soprattutto se deve affrontare delle spese, nonostante i farmaci si siano dimostrati efficaci.

La strada verso la standardizzazione dei protocolli di cessazione, che considerano anche l’utilizzo degli strumenti a rischio ridotto, è in salita?
Stiamo fornendo delle evidenze per poter considerare tali strumenti all’interno dei percorsi di smoking cessation, come già succede per il servizio sanitario inglese. Sicuramente i protocolli devono essere standardizzati. Più siamo, meglio è. Più seguiamo protocolli di riconosciuta efficacia, meglio lavoriamo: ricordiamo che stiamo lottando contro il fumo, una vera e propria pandemia, che ogni anno in Italia miete 80mila vite per patologie fumo correlate.

L’autore: Chiara Nobis è copywriter, esperta in strumenti di riduzione del danno da fumo.

(Tratto da Sigmagazine #24 gennaio-febbraio 2021)