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La sigaretta elettronica riduce il danno, su questo non c’è discussione

Il contributo del dottor Fortunato Francia, direttore scientifico Anpvu: "I centri antifumo non riescono a centrare l'obiettivo. Lasciare la possibilità di scegliere un’alternativa meno dannosa significherebbe prendersi cura del paziente e non abbandonarlo a se stesso e alla sua dipendenza".

di Fortunato Francia
direttore scientifico Anpvu

È universalmente accettato che i vaporizzatori personali costituiscono uno strumento efficace in grado di ridurre del 95% il danno derivante dalla combustione del tabacco fumato. Nessuno ha mai sostenuto che i vaporizzatori personali siano assolutamente innocui: del resto non lo è neanche l’aria che respiriamo nelle nostre città, dove spesso si rende necessario un blocco del traffico automobilistico per ridurre la concentrazione atmosferica delle polveri sottili (PM10). È bene sempre ricordare che in Italia sono attualmente presenti 11,5 milioni di fumatori e che circa il 67% di questi, nonostante abbia tentato di smettere di fumare, non è tuttavia riuscito a liberarsi da tale subdola dipendenza.
Nonostante gli sforzi esercitati dai centri antifumo presenti sul territorio italiano i risultati ottenuti, seppur ammirevoli, non hanno certamente centrato l’obiettivo sperato: sarebbe intelligente e vantaggioso, soprattutto per il paziente tabagista, laddove le altre ipotesi terapeutiche avessero fallito, lasciare la possibilità di scegliere un’alternativa molto meno dannosa delle sigarette; ciò significherebbe prendersi cura del paziente e non abbandonarlo a se stesso e alla sua dipendenza. Mentre nella combustione del tabacco contiamo più di 4000 composti tossici e almeno 40 di questi sono considerati sicuramente cancerogeni e/o mutageni, nello studio in vitro guidato dalla University of North Carolina Health, finanziato dalla FDA e pubblicato da Plos Biology riguardante la tossicità di alcune molecole aromatiche presenti negli eliquids, si prendono in esame due composti in particolare che sembrerebbero più tossici di altri, nella fattispecie si parla all’aldeide cinnamica, componente dell’olio di cannella (presente nell’aroma di cannella) e della vanillina (presente nell’aroma vaniglia) entrambi molto usati nell’industria alimentare per la preparazione di prodotti dolciari ma anche per preparare torte casalinghe.
Nello studio si fa riferimento inoltre alla infinita molteplicità di aromi (7700) che potrebbero essere impiegati negli eliquids, ma possiamo dire che non più di centocinquanta vengono comunemente utilizzati per essere nebulizzati con i vaporizzatori. Questi cosiddetti “additivi chimici” – che preferirei chiamarli semplicemente aromi (molti sono estratti naturali) secondo Robert Tarran, ricercatore in biologia cellulare e fisiologia – sono molto diversi tra loro e alcuni sono più tossici della nicotina da sola o degli ingredienti base di una ecig, quali il glicole propilenico e la glicerina vegetale. La tossicità secondo lo studio è dovuta ad un’inibizione della crescita in “vitro” di cellule umane a crescita rapida, ma tale effetto inibitorio si manterrebbe anche con altri tipi di cellule (polmoni e alte vie respiratorie) e non solo per contatto diretto con il liquido, ma anche attraverso il contatto con il nebulizzato (svapata).
Per sgombrare il campo da malintesi, dico subito che alla luce di questi dati è interesse di tutti approfondire il più possibile la ricerca e andare avanti con test degli aromi più utilizzati. D’altro canto l’obiettivo di questo tipo di studi preliminari in vitro è proprio quello di valutare l’opportunità o meno di strutturare nuovi è più esaustivi lavori in vivo. Attualmente i produttori di eliquids potrebbero prendere in considerazione l’opzione di non utilizzare gli aromi cannella e vaniglia, anche se ad onor del vero, per la prima ipotesi non ci sarebbero grandi difficoltà, mentre per la vanillina (vaniglia) la scelta non sarebbe semplice per la presenza della vaniglia in moltissimi eliquid.
Occorre ricordare che la normativa europea (TPD) impone, per i liquidi contenenti nicotina, un’analisi accurata e certificata del nebulizzato e la non aggiunta nel prodotto da commercializzare di almeno 23 molecole (blacklist) considerate tossiche (diacetile, acetilpropionil, aldeide formica, aldeide acetica, ecc.).
Nel 2017 sono stati pubblicati i risultati del primo studio a lungo termine sul vaping, che ha confrontato l’esposizione tossica tra pazienti che hanno smesso di fumare e che hanno utilizzato i vaporizzatori per una media di 16 mesi, confrontati con il gruppo dei pazienti che invece ha continuato a fumare. Finanziato dalla Cancer Reseach Uk, lo studio ha evidenziato una forte riduzione dei carcinogeni e di altri composti tossici nei vaper, nel confronto con i fumatori e ha messo in luce un dato di estrema importanza: ha evidenziato un rischio di sviluppare un tumore da vaping pari a circa l’1% di quello da fumo da sigarette analogiche, in altre parole una riduzione del rischio di circa il 99%. Questi nuovi studi e altri hanno influenzato positivamente la politica in Inghilterra dove già dal 2016 esiste un importante consenso condiviso da molte organizzazioni sanitarie che incoraggiano i fumatori che non riescono a smettere di fumare a provare l’alternativa vaping caratterizzata da una forte riduzione del danno.

 

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