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(tratto dalla rivista bimestrale Sigmagazine #8 maggio-giugno 2018)

di Fortunato Francia

È universalmente accettato che i vaporizzatori personali costituiscono uno strumento efficace in grado di ridurre del 95 per cento il danno derivante dalla combustione del tabacco fumato. Nessuno hai mai sostenuto che i vaporizzatori personali siano assolutamente innocui: del resto non lo è neanche l’aria che respiriamo nelle nostre città, dove spesso si rende necessario un blocco del traffico automobilistico per ridurre la concentrazione atmosferica delle polveri sottili. È bene sempre ricordare che in Italia sono attualmente presenti 11,5 milioni di fumatori e che circa il 67 per cento di questi, nonostante abbia tentato di smettere di fumare, non è tuttavia riuscito a liberarsi da tale subdola dipendenza. Nonostante gli sforzi esercitati dai centri antifumo presenti sul territorio italiano i risultati ottenuti, seppur ammirevoli, non hanno certamente centrato l’obiettivo sperato: sarebbe intelligente e vantaggioso, soprattutto per il paziente tabagista, laddove le altre ipotesi terapeutiche avessero fallito, lasciare la possibilità di scegliere un’alternativa molto meno dannosa delle sigarette; ciò significherebbe prendersi cura del paziente e non abbandonarlo a se stesso e alla sua dipendenza.
Mentre nella combustione del tabacco si contano più di quattromila composti tossici, almeno quaranta dei quali considerati sicuramente cancerogeni e/o mutageni, nello studio in vitro guidato dalla University of North Carolina Health, finanziato dalla FDA e pubblicato da Plos Biology riguardante la tossicità di alcune molecole aromatiche presenti negli eliquid, si prendono in esame due composti in particolare che sembrerebbero più tossici di altri. Nella fattispecie si parla dell’aldeide cinnamica, componente dell’olio di cannella (presente nell’aroma cannella) e della vanillina (presente nell’aroma vaniglia), entrambi molto usati nell’industria alimentare per la preparazione di prodotti dolciari ma anche per preparare torte casalinghe. Nello studio si fa riferimento inoltre alla infinita molteplicità di aromi (7700) che potrebbero essere impiegati negli eliquid, ma si può dire che non più di centocinquanta vengono comunemente utilizzati per essere nebulizzati con i vaporizzatori. Questi cosiddetti “additivi chimici” – che si preferisce chiamare semplicemente aromi (molti sono estratti naturali) secondo Robert Tarran, ricercatore in biologia cellulare e fisiologia – sono molto diversi tra loro e alcuni sono più tossici della nicotina da sola o degli ingredienti base di una ecig, quali il glicole propilenico e la glicerina vegetale. La tossicità secondo lo studio è dovuta ad un’inibizione della crescita in “vitro” di cellule umane a crescita rapida, ma tale effetto inibitorio si manterrebbe anche con altri tipi di cellule (polmoni e alte vie respiratorie) e non solo per contatto diretto con il liquido, ma anche attraverso il contatto con il nebulizzato (svapata).
Per sgombrare il campo da malintesi, diciamo subito che alla luce di questi dati è interesse di tutti approfondire il più possibile la ricerca e andare avanti con test degli aromi più utilizzati. D’altro canto l’obiettivo di questo tipo di studi preliminari in vitro è proprio quello di valutare l’opportunità o meno di strutturare nuovi è più esaustivi lavori in vivo. Attualmente i produttori di eliquid potrebbero prendere in considerazione l’opzione di non utilizzare gli aromi cannella e vaniglia, anche se, ad onor del vero, per la prima ipotesi non ci sarebbero grandi difficoltà, mentre per la vanillina la scelta non sarebbe semplice per la presenza della vaniglia in moltissimi eliquid. Occorre ricordare che la normativa europea (TPD) impone, per i liquidi contenenti nicotina, un’analisi accurata e certificata del nebulizzato e la non aggiunta nel prodotto da commercializzare di almeno 23 molecole considerate tossiche (diacetile, acetil propionile, aldeide formica, aldeide acetica ecc.).
Nel 2017 sono stati pubblicati i risultati del primo studio a lungo termine sul vaping, che ha confrontato l’esposizione tossica tra pazienti che hanno smesso di fumare e che hanno utilizzato i vaporizzatori per una media di 16 mesi, confrontati con il gruppo dei pazienti che invece hanno continuato a fumare. Finanziato da Cancer Research UK, lo studio ha evidenziato una forte riduzione dei carcinogeni e di altri composti tossici nei vaper nel confronto con i fumatori e ha messo alla luce un dato di estrema importanza: ha evidenziato un rischio di sviluppare un tumore da vaping pari a circa l’1per cento di quello da fumo da sigarette analogiche. In atre parole una riduzione del rischio di circa il 99 per cento. Questi nuovi studi e altri hanno influenzato positivamente la politica in Inghilterra, dove già dal 2016 esiste un importante consenso condiviso da molte organizzazioni sanitarie, che incoraggiano i fumatori che non riescono a smettere di fumare a provare l’alternativa vaping, caratterizzata da una forte riduzione del danno. Il Ministero della salute inglese, aprendo convintamente le porte al vaping come sistema alternativo, sicuro ed efficace rispetto al fumo di sigaretta, rappresenta la vera innovazione culturale in fatto di politiche di prevenzione delle patologie fumo-correlate e lotta al tabagismo.
Il 6 febbraio scorso è stato fatto un nuovo ed importante passo per il futuro dello svapo. Public Health England (PHE) ha pubblicato il nuovo report sui vaporizzatori personali. A firmare il documento, un gruppo di esponenti del panorama scientifico internazionale: Ann McNeill, Leonie S. Brose, Robert Calder, Linda Bauld e Debbie Robson. Rispetto al precedente report, il messaggio non cambia e ci sono delle importanti conferme: le ecig possono far smettere di fumare e sono molto meno dannose del fumo di sigaretta convenzionale. Il nuovo rapporto dichiara che nella sola Inghilterra la diffusione delle ecig ha creato un esercito di ex fumatori, circa 57.000 in un solo anno. Inoltre, si ribadisce che, come già affermato nel 2015, le sigarette elettroniche sono il 95per cento meno dannose rispetto alle sigarette convenzionali. Se il rapporto PHE del 2015 è stato, come lo definimmo allora, “una pietra miliare per il futuro dello svapo”, questo nuovo documento rappresenta una importante e necessaria conferma che la strada che si vuole seguire nel Regno Unito per debellare il tabagismo è quella giusta. “Sarebbe tragico se migliaia di fumatori non iniziassero a svapare a causa di false convinzioni”, ha affermato il professor John Newton, direttore per il miglioramento della salute presso PHE.
Con lo svapo i rischi di contrarre malattie fumo-correlate (come cancro, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie) sono minimi, perché le sostanze chimiche nocive presenti nel fumo delle bionde non si trovano nelle nebulizzazioni delle elettroniche o, se presenti, lo sono comunque a livelli molto più bassi. L’altro punto importante affrontato dagli scienziati riguarda l’utilizzo di ecig da parte dei giovani. Alcuni studi hanno mostrato che quelli che svapano sono più propensi ad iniziare a fumare. Nel documento di PHE, invece, si spiega che la sperimentazione delle elettroniche tra i giovani è abbastanza comune, ma l’uso regolare dello strumento è ancora limitato solo a coloro che hanno precedentemente fumato. La ricerca dimostra – spiega la professoressa Linda Bauld – che l’uso regolare di elettroniche tra i giovani che non hanno mai fumato rimane trascurabile, meno dell’1 per cento, e il fumo dei giovani continua a diminuire a un ritmo incoraggiante”. Il nuovo rapporto, peraltro, riassume anche le prove esistenti sulle cosiddette IQOS, adottando un approccio più cauto: “Possono essere notevolmente meno dannose delle sigarette di tabacco e più dannose delle elettroniche”.
Alla luce di tutto questo, riteniamo che un’attenta politica di prevenzione della salute pubblica, concertata in simbiosi con l’esperienza e le competenze dei nostri centri antifumo, non possa prescindere dalla lotta alle grandi dipendenze come il tabagismo, responsabile solo in Italia di 80mila morti all’anno per tumori e patologie fumo-correlate. La nostra speranza è quella di assistere nella prossima legislatura, così come già avviene in Inghilterra, a provvedimenti legislativi che vadano nella giusta direzione: una lotta convinta al tabagismo, intelligente e lungimirante che guardi non solo alla tutela della salute dei propri cittadini, ma anche al risparmio della spesa sanitaria dello Stato. L’auspicata e necessaria regolamentazione del mondo del vapore elettronico italiano non può e non deve essere esclusivamente orientata a provvedimenti di carattere fiscale e monopolistici, come purtroppo accade oggi. Questo atteggiamento chiuso, irragionevole e non collaborativo delle istituzioni suona come un’annunciata condanna a morte per l’intero ed eroico settore del vaping italiano ma è anche un grande regalo ai competitor stranieri, non sempre forieri di trasparenza, tracciabilità, sicurezza, qualità e correttezza commerciale.