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di Stefano Caliciuri

L’Italia non ha ottemperato alle misure previste dalla Direttiva 2015/1535 che prevede una procedura d’informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione. Ovvero, non ha presentato la notifica della bozza delle misure tese a limitare la libera circolazione dei liquidi di ricarica per sigarette elettroniche. Lo ha detto il commissario Andriukaitis in risposta all’interrogazione presentata dal già deputato europeo Lorenzo Fontana, attualmente ministro del governo Conte. Sottolineando più volte che l’Italia ha scelta di restringere ancora di più rispetto la Tpd le norme sulla vendita e circolazione dei liquidi di ricarica.
L’articolo 20 della direttiva sui prodotti del tabacco – ha spiegato il commissario alla Salute – ha introdotto per la prima volta norme di sicurezza e qualità a livello dell’UE per le sigarette elettroniche ed i contenitori di liquido di ricarica. L’articolo stabilisce inoltre i requisiti per il liquido contenente nicotina, tra cui il divieto di utilizzare determinati additivi. La direttiva non armonizza tuttavia tutti gli aspetti delle sigarette elettroniche o dei contenitori di liquido di ricarica, tra cui gli aromi e la composizione dei liquidi di ricarica esenti da nicotina. La direttiva non armonizza inoltre le norme relative alle modalità di vendita interne delle sigarette elettroniche. Gli Stati membri rimangono dunque liberi di regolamentare tali aspetti purché le decisioni nazionali siano sempre conformi al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. L’italia non ha presentato, come previsto dalla Direttiva EU 2015/1535, la notifica della bozza delle misure tese a limitare la libera circolazione dei liquidi di ricarica per sigarette elettroniche. Per quanto riguarda le vendite transfrontaliere, la direttiva sui prodotti del tabacco autorizza espressamente gli Stati membri a vietare tali pratiche in relazione alle sigarette elettroniche e ai contenitori di liquido di ricarica. La natura delle misure specifiche imposte sulla vendita delle sostanze in questione menzionate dall’onorevole deputato determinerebbe se tali misure sono soggette alle norme stabilite nella direttiva o se, più in generale, esse rimangono soggette alle norme del trattato“. In sostanza, l’Italia ha scelto di attuare una normativa ben più stringente rispetto quanto previsto dalla Direttiva tabacchi e liquidi da inalazione. L’Unione europea dà questa possibilità ma rimprovera al nostro Paese di non averne comunicato le intenzioni così come previsto dalla Direttiva sulla libera circolazione delle merci. Accadrà qualcosa? Sicuramente no, tutto rimarrà identico. Ma rafforza ancora di più che le politiche autarchiche e proibizionistiche italiane in materia di vaping non stanno funzionando né in seno all’opinione pubblica tantomeno in ottica di prevenzione contro il tabagismo.