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La mappa mondiale delle associazioni dei consumatori di sigarette elettroniche

Delle 52 organizzazioni, ben 24 sono europee. I risultati dell'analisi condotta da tre ricercatori dell'organizzazione britannica Knowledge Action Change.

Sono 52 in tutto il mondo le associazioni di consumatori che si battono per i prodotti con nicotina a rischio ridotto come le sigarette elettroniche. La maggior parte, 24, sono in Europa. Se ne contano invece 13 in America Latina, 8 in Africa, 5 nella regione Asia-Pacifico e 2 in America del Nord. Si tratta perlopiù di piccole organizzazioni portate avanti da volontari, con lo scopo di aumentare la consapevolezza sui prodotti che riducono il danno, promuoverne l’accesso e richiedere un contesto legislativo e regolatorio che renda tutto questo possibile. Un obiettivo difficile, vista la scarsità di finanziamenti di cui dispone la grande maggioranza di esse.
È questo, in estrema sintesi, il profilo delle associazioni dei consumatori degli strumenti di riduzione del danno da fumo che emerge da uno studio appena pubblicato su Public Health Challenges. Il lavoro, intitolato “Global survey of consumer organizations advocating for safer nicotine products”, è stato condotto da Tomasz Jerzyński dell’Istituto per gli affari sociali Robert Zajonc presso l’Università di Varsavia, Gerry Stimson, docente emerito presso l’Imperial College di Londra e Jessica Harding, tutti e tre appartenenti all’organizzazione britannica Knowledge Action Change. L’oggetto dello studio erano proprio le organizzazioni dei consumatori impegnate nel campo della riduzione del danno da fumo, per delinearne il funzionamento, la struttura, le attività e i finanziamenti. L’Italia è presente nello studio con l’associazione nazionale Anpvu.
Come detto, le associazioni rintracciate nello studio sono 52, molte delle quali aderiscono ai quattro grandi network sovranazionali. La loro distribuzione non è omogenea; non ve ne sono, infatti, in Europa orientale, Asia Centrale e Medio Oriente. Quasi tutte hanno una storia molto giovane: la prima di esse è stata fondata nel 2009 e ben 36 dopo il 2016. Molte sono nate come piccoli gruppi informali e tutte sono state fondate da fumatori che erano passati a un prodotto a rischio ridotto e non da professionisti. Il loro passaggio ad un’attività organizzata viene descritto spesso come del tutto accidentale. Ad oggi sono 39 le associazioni con lo status di Ong, fondazione, no-profit o di natura simile.
Il prodotto a rischio ridotto più rappresentato è senza dubbio la sigaretta elettronica, con 36 soggetti che ne fanno esplicito riferimento nel loro stesso nome. L’obiettivo perseguito è sensibilizzare i fumatori, il pubblico, il governo e i media sulle alternative più sicure al fumo e fare pressione per un contesto legale e normativo in cui questi prodotti siano accessibili, con una particolare insistenza sul tema dei diritti. Più di 40 associazioni riportano poi di avere rapporti con parlamentari e funzionari di governo. Ma gran parte della loro visibilità è online: 44 di loro hanno un sito internet, 45 una pagina Facebook (21 anche un gruppo), 42 sono presenti su Twitter e 20 su Instagram, mentre 20 di loro producono contenuti video o audio per le apposite piattaforme.

Il punto debole sono le risorse organizzative ed economiche. Gli staff delle associazioni sono quasi sempre ristretti e quasi tutti composti da volontari. Solo 7 hanno personale pagato e spesso per poche ore: stiamo parlando di 13 persone retribuite per un totale di 158 ore settimanali su tutte le associazioni. Questo è dovuto ovviamente alla mancanza di fondi. Ben 31 organizzazioni non ricevono alcun sostegno economico. Delle 21 rimanenti, 16 hanno un reddito compreso fra i 250 e i 10 mila dollari, mentre solo 5 superano quel tetto. Le principali fonti di finanziamento sono le donazioni e le campagne di tesseramento. Tre associazioni dichiarano di aver ricevuto donazioni da aziende del vaping e nessuna ha ricevuto denaro dall’industria del tabacco o del farmaco.
Questa scarsità di fondi, sottolineano gli autori, crea un divario drammatico con le organizzazioni che si oppongono alla riduzione del danno e che ricevono invece, massicci finanziamenti. Per capire di cosa stiamo parlando, basti come esempio l’americana Campaign for Tobacco Free Kids che ha ricevuto da Bloomberg Philantropies 160 milioni di dollari per organizzare una campagna contro gli aromi nei liquidi per e-cigarette. O l’Univeristà di Bath, a cui sono andati altri 20 milioni di dollari per istituire il Tobacco Tactics and Tobacco Control Research Group.
Nonostante le scarse risorse organizzative ed economiche, però, tutte le associazioni dei consumatori hanno riportato dei risultati importanti. Ad esempio, coinvolgere i media, riuscendo ad apparire sulla stampa o nelle trasmissioni televisive. O partecipare a consultazioni del governo e degli enti regolatori e partecipare a audizioni pubbliche. Fra le attività riportate ci sono anche l’organizzazione di webinar e incontri dal vivo, i contatti con i parlamentari, le campagne sui social media, l’organizzazione di proteste, il perseguimento di azioni legali, e i contatti con i ministeri che hanno consentito di contribuire all’elaborazione di standard nazionali per le sigarette elettroniche.
Questo studio ha dimostrato – commentano gli autori – che le associazioni di consumatori che sostengono gli strumenti a rischio ridotto sono gestite da persone entusiaste, la maggior parte delle quali ha smesso di fumare con successo con l’aiuto di questi prodotti. Sono organizzazioni che dipendono dalla buona volontà e dal contributo di un piccolo numero di lavoratori di base, sono estremamente a corto di risorse e potenzialmente fragili, eppure riportano attività significative e successi nella promozione della riduzione del danno da tabacco”. Ma è sicuramente necessario fare un passo ulteriore. “La sfida immediata per le organizzazioni dei consumatori di nicotina – conclude lo studio – è trovare il modo di uscire da una fase iniziale fragile, ottenendo più risorse. L’ulteriore sfida è ottenere il riconoscimento a livello nazionale e internazionale come legittime parti interessate nell’elaborazione della politica di controllo del tabacco per quanto concerne le alternative più sicure al fumo”.

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