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(tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017)
di Barbara Mennitti

Il sogno di Roberta Pacifici, direttore del centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto Superiore di Sanità, è quello di una società in cui la sigaretta sia solo un lontano ricordo. In questa intervista Pacifici traccia la storia, i successi e i momenti di stallo della lotta al tabagismo nel nostro Paese dal punto di vista sanitario dagli anni Settanta fino ad oggi, delineando una battaglia che ha ancora molte pagine da scrivere e molti strumenti da esplorare prima di poter essere vinta.
La lotta al tabagismo rappresenta una priorità per il vostro Istituto?
È certamente una della priorità più importanti del nostro istituto. Attualmente dirigo il Centro nazionale dipendenze e doping e fra le dipendenze il tabagismo è una di quelle più seguite e che più ci impegna. Personalmente, poi, mi occupo di queste problematiche da moltissimi anni con l’Osservatorio fumo, alcol e droga. Nel tempo abbiamo svolto e continuiamo a svolgere molte attività di lotta al tabagismo.
Quali sono i vostri strumenti e le vostre attività principali?
Uno strumento che sta dando buoni risultati è il numero verde, presente per legge su tutti i pacchetti di sigarette dal maggio scorso. È un canale che ci permette di offrire consulenza al cittadino sulle opportunità di smettere di fumare e su dove rivolgersi per farlo. A questo scopo realizziamo ogni anno il censimento dei Centri Antifumo che ad oggi sono circa 400 sparsi sul territorio nazionale con professionisti pronti a prendersi in carico il paziente tabagista. Produciamo anche materiale divulgativo per aiutare le persone a smettere e seguiamo il fenomeno dal punto di vista epidemiologico tramite la nostra indagine annuale sulle abitudini al fumo degli italiani. Poi facciamo molta ricerca nei nostri laboratori: analizziamo materiali biologici, facciamo studi di farmacocinetica, individuiamo biomarker di esposizione e di danno. Il recepimento della direttiva sui prodotti del tabacco, infine, ci affida la vigilanza e il controllo dei laboratori autorizzati a fare le analisi sui prodotti del tabacco e l’onere di studiare la documentazione scientifica prodotta dai fabbricanti e dagli importatori di prodotti di nuova generazione e sulla loro potenziale minore tossicità.
A fronte di tutti questi sforzi, quali sono i dati relativi ai fumatori in Italia?
Gli ultimi dati di cui disponiamo sono quelli rilevati dall’indagine annuale che presentiamo in occasione della giornata mondiale senza fumo che cade il 31 maggio di ogni anno. Rappresentano una fotografia che copre l’arco temporale che va da gennaio a marzo di ogni anno e analizza una popolazione che seguiamo negli anni. Al 2016 i fumatori in Italia sono 11,5 milioni cioè il 22 per cento della popolazione. Di questi il 27,3 sono uomini e il 17,2 donne. In numero assoluto sono 6,9 milioni di fumatori e 4,6 milioni di fumatrici.
Come interpreta questi numeri?
La prima osservazione è che negli ultimi 7-8 anni assistiamo a un appiattimento della curva, che è andata a scendere significativamente dagli anni Settanta al Duemila, ma ora non scende più. Abbiamo oscillazioni non significative che di fatto non cambiano lo stallo completo in cui ci troviamo. È un fenomeno che si è cristallizzato. Poi si nota che rispetto al grande divario che c’era negli anni Settanta, ora siamo di fronte a un ravvicinamento sostanziale fra fumatori e fumatrici. Il numero dei fumatori uomini negli anni è andato a diminuire, mentre quello delle donne è aumentato.
Come se lo spiega?
È un fenomeno collegato ai grandi investimenti che le multinazionali del tabacco hanno fatto sul ruolo femminile. Hanno investito molto in immagine e in prodotti dedicati alla donna come le sigarette slim, i pacchetti con le foglie, con i fiori e i colori, tracciando un collegamento strumentale fra fumo ed emancipazione della donna. Viceversa la diminuzione della prevalenza degli uomini è dovuta all’insorgere delle prime percezioni che dietro al tabagismo vi sono delle patologie correlate. Questo è il classico esempio di come le multinazionali del tabacco riescano a percepire in anticipo quali saranno le modifiche dei comportamenti e dei consumi e porre riparo preventivamente con prodotti alternativi e nuove strategie di marketing. Un altro dato da rilevare è che l’età di quelli che cessano e quelli che iniziano non è cambiata, il che significa che c’è un ricambio: tanta gente smette, ma tanta gente inizia. Questo ci dice che tutte le politiche fin qui intraprese non hanno poi di fatto inciso significativamente sull’iniziazione.
A cosa sono dovute invece le diminuzioni importanti nel numero dei fumatori?
Sono correlabili a determinati interventi legislativi. L’esempio più eclatante è la legge Sirchia introdotta nel 2005 che ha cambiato sostanzialmente l’atteggiamento degli italiani verso il tabagismo. Da una parte la restrizione alla possibilità di fumare ha dato una spinta importante a chi aveva già contemplato la possibilità di smettere. Dall’altra la legge ha creato cultura, ha educato le nuove generazioni, ha permesso di pensare al tabagismo come qualcosa che non si doveva subire per forza. Purtroppo però tutte le leggi hanno il loro massimo effetto che poi si esaurisce.
L’aumento del prezzo delle sigarette potrebbe essere uno strumento valido?
L’incremento della tassazione da noi è sempre stato utilizzato in maniera poco incisiva.
Per una persona che ha sviluppato una dipendenza psicologica e fisica importante per un prodotto, l’aumento di pochi centesimi non ha un grande effetto. L’incremento dovrebbe essere tale da essere sentito dal consumatore in maniera pesante, come è successo in Australia, dove oggi i fumatori sono circa il 12 per cento e dal 1990 sono in costante declino.
I centri anti fumo danno risultati soddisfacenti?
Al momento rappresentano una grande potenzialità, ma sono sottoutilizzati. Manca il collegamento fra il fumatore e il servizio. Bisogna lavorare molto sulla classe medica, perché il medico curante spesso non comunica al suo paziente che smettere di fumare è indispensabile e che esistono delle strutture che possono aiutarlo. È anche un problema culturale, il tabagismo viene considerato un vizio, mentre è una patologia cronica recidivante che dà dipendenza e che va presa in carico dal servizio sanitario nazionale. Non è vero che per smettere di fumare basta la volontà. La letteratura scientifica ad oggi disponibile ci dice che i percorsi di cessazione hanno maggior successo se sono seguiti da professionisti sanitari.
La sigaretta elettronica può essere d’aiuto in questo percorso?
I nostri dati sui consumi del 2016 attestano gli utilizzatori di sigaretta elettronica al 4 per cento tra consumatori occasionali e abituali, cioè circa 2 milioni di persone. Abbiamo anche rilevato che l’utilizzatore di sigaretta elettronica è nella maggior parte dei casi un utilizzatore duale. Su questo strumento la comunità scientifica si divide in due grandi compartimenti. Uno che sostiene che, poiché sulla carta il prodotto dovrebbe essere meno tossico, allora bisogna incentivarne l’uso a tutto tondo, ed è la posizione del Royal College of Physicians. L’altra parte, dove si colloca anche l’Istituto superiore di sanità, è più prudente.  Riteniamo che non sia ancora stata dimostrata la sicurezza di questo prodotto, cioè la mancanza di effetti collaterali nel suo utilizzo, né la sua efficacia nel far smettere di fumare. E quindi preferiamo assumere un atteggiamento molto più prudente, incentivando gli studi per comprendere, ma non prendendo posizioni simili a quelle che ha preso Public Health England.
Come Istituto superiore di sanità state conducendo studi sulla sigaretta elettronica?
Svolgiamo studi che riguardano sia gli aspetti di tossicità sia gli aspetti di efficacia come strumento per smetter di fumare. Il mio gruppo di studio ha analizzato anche la problematica della farmacocinetica di questo prodotto per quanto riguarda l’acquisizione di nicotina. Penso che in questi prossimi anni avremo molta più letteratura sulla quale fare dei ragionamenti scientificamente corretti. Noi possiamo affidarci solo a studi che rispettino criteri universalmente riconosciuti dalla comunità scientifica e ad oggi a mio avviso ci mancano dati scientifici certi.
Ma in un’ottica di riduzione del rischio, l’ecig non è comunque preferibile al tabacco?
La riduzione del rischio va quantizzata, perché deve tradursi in una ricaduta importante dal punto di vista sanitario. Anche per questo esistono metodologie di analisi e di studio riconosciute. Una volta dimostrato questo, quantizzando l’effetto della riduzione del rischio, si può pensare anche a politiche di incentivazione in un’ottica di riduzione del danno. Ma voglio sottolineare che la nostra politica è quella della cessazione, il mio obiettivo è fumatori zero.
Però il meglio rischia di essere nemico del bene.
E infatti nell’attesa di arrivare a zero e nell’impegno di tutte le energie perché questo avvenga è giusto operare in un’ottica di riduzione del danno. È chiaro che, se si trova uno strumento che riduce il rischio di un grande fumatore che non riesce a smettere, questo va utilizzato e incentivato. Sono assolutamente aperta ad avere a disposizione del professionista della salute un ventaglio di prodotti che dimostrino la loro efficacia e che si uniscono a quelli di cui abbiamo già dimostrato l’efficacia.
Supponiamo che nel 2018 lei raggiunga il suo obiettivo fumatori zero. Che succede se poi il Ministro dell’economia si trova in cassa 15 miliardi di euro di tasse sul tabacco in meno?
Io ragiono in termini di salute e ritengo che sia vantaggioso e anche redditizio per la società essere composta da persone sane piuttosto che malate.

 

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