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“Sulla sigaretta elettronica troppa ricerca di scarsa qualità”

Ute Mons, direttrice del Centro tedesco per la ricerca sul cancro lancia l'allarme: l'attenzione dei politici e dei media va a discapito di una scienza corretta.

Ute Mons la definisce la cultura del “publish or perish”, pubblica o muori, ed è una seria disfunzione del sistema scientifico. L’epidemiologa direttrice del Centro di ricerca contro il cancro di Heidelberg, in Germania, affronta il tema sull’ultima edizione di Ärzteblatt, la rivista dedicata alla classe medica. Mons descrive una situazione che vediamo verificarsi ormai da qualche anno: un grosso interesse dell’opinione pubblica, dei media e della politica su un tema di ricerca può avere degli effetti negativi sulla qualità della ricerca stessa. Questo accade perché tanto gli autori degli studi, quanto le riviste specializzate sono spinti a rendere pubblici al più presto i loro risultati. Così, chiosa Mons, si ha una grande quantità di ricerche a discapito della qualità.
L’epidemiologa parla espressamente della ricerca sulla sigaretta elettronica: politica e opinione pubblica vogliono risposte immediate ma una corretta ricerca epidemiologica ha i suoi tempi. “Progetti di studio significativi come gli studi di coorte – scrive la dottoressa – sono complessi e richiedono lunghi periodi di osservazione, ma i politici e il pubblico hanno bisogno di risposte rapide. Studi meno complessi e periodi di osservazione più brevi a loro volta portano a problemi metodologici. Ad esempio, ci sono spesso spiegazioni plausibili alternative per i risultati, come causalità inversa, parzialità o occultamento dei risultati, che devono essere adeguatamente presi in considerazione nell’interpretazione dei risultati dello studio”.
Ma questo spesso non accade, come dimostrano i tre casi più eclatanti citati da Mons. Il primo rimarrà probabilmente negli annali della errata ricerca scientifica sul vaping: si tratta dello studio di Stanton Glantz e Dharma Bhatta che concludeva che gli utilizzatori quotidiani di sigaretta elettronica hanno maggiore rischio di avere un infarto, rispetto a chi non la usa. L’aggravante è che il lavoro scientifico era stato pubblicato sulla rinomata rivista Journal of American Heart Association ed era stato sottoposto a valutazione scientifica (peer-review). Questo non ha però evitato che nello studio venissero calcolati come vaper anche persone che avevano avuto l’infarto prima (anche 10 anni prima) di passare al vaping e che erano passate all’elettronica proprio in seguito all’evento cardiaco.
Un problema, spiega Mons, perché “la reputazione della rivista suggerisce un’alta qualità degli studi e perfeziona gli studi deboli. L’autocontrollo scientifico centrale – il sistema di peer review – sfortunatamente fallisce troppo spesso. Il sistema di valutazione spesso non trasparente favorisce decisioni distorte e quindi non svolge sempre il suo ruolo di controllo di qualità indipendente”. Come i nostri lettori sanno, dopo otto mesi lo studio in questione è stato ritirato, ma si tratta, aggiunge l’autrice, di “un passo corretto, che purtroppo arriva troppo tardi, perché la copertura mediatica aveva da tempo diffuso conclusioni errate”.
Gli altri studi con metodologie errate che hanno portato a conclusioni errate “dimostrano” tesi che ancora echeggiano nelle discussioni sulla sigaretta elettronica. Il primo sosteneva che la sigaretta elettronica “impedisce la cessazione al fumo, piuttosto che promuoverla”. Ma a una analisi più attenta dei dati ci si è accorti che al momento dello studio trasversale le sigarette elettroniche erano sul mercato da pochi anni “quindi probabilmente la maggior parte degli ex fumatori nel campione aveva probabilmente smesso di fumare prima che ci fossero le sigarette elettroniche. Ciò significa che è anche possibile una direzione causale inversa (ex fumatori usano le sigarette elettroniche meno frequentemente rispetto ai fumatori attuali)”.
Il terzo studio fallace preso in esame riguarda il cosiddetto effetto gateway, cioè che l’uso dell’e-cigarette sarebbe una passerella per il fumo. In questo caso, non è stata dimostrata la causalità fra le due cose. Lo studio non prende in considerazione altri fattori che possono spiegare tanto l’uso della nicotina come il fumo: per esempio i tratti della personalità, il fumo nell’ambiente familiare e sociale, la propensione personale a comportamenti a rischio. Eppure questa teoria continua ad essere presente, per esempio, nelle campagne dell’Organizzazione mondiale di sanità.
Il tema della qualità della ricerca scientifica è stato più volte sollevato, per esempio, dal professore catanese Riccardo Polosa, che da anni chiede che si adottino degli standard scientifici internazionali condivisi. Ute Mons chiede che si pratichi la cosiddetta “open science” con protocolli di analisi registrati prima che lo studio venga condotto, dati di analisi pubblici e sitemi di revisione completamente aperti. La qualità della ricerca sulle sigarette elettroniche è importante, perché deve fungere da base per le decisioni di sulla salute pubblica. “Solo un elevato standard scientifico – conclude Mons – crea una solida base scientifica per le decisioni di politica sanitaria. È in gioco anche la credibilità della ricerca sul controllo del tabacco, poiché è significativamente danneggiata da studi metodologicamente discutibili”.

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